Roberto Goyeneche – El Polaco: La Voce Spezzata del Tango
Nato il 29 gennaio 1926 nel barrio di Saavedra, Buenos Aires. Morto il 27 agosto 1994. Soprannome: El Polaco. Cantante di tango argentino.
Un soprannome che racconta tutto
C’è qualcosa di paradossale, e quindi di perfettamente argentino, nel fatto che uno dei cantanti di tango più rappresentativi di Buenos Aires si chiamasse “El Polaco” — il Polacco — pur non avendo una sola goccia di sangue dell’Europa orientale nelle vene. Roberto Emilio Goyeneche era di origini basche, figlio di un quartiere di periferia, cresciuto tra le strade di Saavedra dove il tango non era intrattenimento ma respiro quotidiano. Il soprannome glielo appiccicò Ángel Díaz, collega nell’orchestra di Horacio Salgán: capelli chiari, corporatura esile, quasi trasparente. Sembri un polacco, gli dissero. E così rimase.
Il soprannome era una bugia, ma la voce era una verità assoluta.
Le radici: Saavedra, il tango di famiglia e Carlos Gardel
Roberto Goyeneche nasce il 29 gennaio 1926 nel barrio di Saavedra, alla periferia nord di Buenos Aires. Non è un dettaglio geografico secondario: Saavedra era — ed è — uno di quei quartieri in cui il tango vive nelle case, nelle voci dei vecchi, nelle radio accese il pomeriggio. La famiglia stessa aveva legami profondi con il genere: tra i suoi predecessori figurava addirittura un autore di tangos che portava lo stesso nome.
La sua formazione vocale inizia nell’alveo del tango classico di Carlos Gardel, il modello irraggiungibile per ogni cantante argentino dell’epoca. Ma Goyeneche non si accontentò mai di essere una copia. Fin dalle prime esperienze intuì che la sua voce doveva trovare un percorso personale, e quel percorso avrebbe rivoluzionato il modo stesso di intendere il canto nel tango.
1944: L’inizio, una gara e Radio Belgrano
Nel 1944, a soli diciotto anni, Goyeneche vince un concorso locale e ottiene quello che per molti giovani cantanti dell’epoca era il sogno massimo: un posto nell’orchestra di Raúl Kaplún. Il debutto dal vivo avviene a Radio Belgrano, una delle emittenti più importanti del paese, in un’epoca in cui la radio era il principale vettore di diffusione del tango a livello nazionale.
Buenos Aires degli anni Quaranta era una città in pieno delirio da tango. Centinaia di orchestre suonavano ogni fine settimana in saloni che ospitavano migliaia di danzatori. Le orchestre erano le vere star, e i cantanti entravano quasi come ospiti: su tre minuti di brano, un minuto — al massimo — era riservato alla voce. Il resto era musica per ballare. In questo sistema, la personalità di Goyeneche era destinata a strabordare.
1952: Horacio Salgán e l’incontro con l’avanguardia
Nel 1952 Goyeneche entra nell’orchestra di Horacio Salgán, uno dei musicisti più innovativi e scomodi del panorama tanguero. Salgán non era un musicista che compiaceva i danzatori: la sua musica era complessa, sincopata, quasi jazzistica nei suoi slanci armonici. Per molti era troppo. Per Goyeneche era perfetta.
Il critico e giornalista Terence Clarke ha descritto così il debutto di Goyeneche con Salgán: “Il successo fu immediato. Nessuno aveva mai sentito una voce così, soprattutto nel modo insolito in cui Goyeneche affrontava tangos notissimi. C’era una precisione che sembrava pigra, quasi distratta. Iniziava leggermente in ritardo rispetto al battito, oppure in anticipo, accelerava, rallentava, arrivava alla fine con l’orchestra — giusto in tempo, o forse no.”
Quella che sembrava un’imperfezione era in realtà una rivoluzione. Goyeneche stava importando nel tango l’anima dell’improvvisazione jazzistica: non la melodia come binario fisso, ma come territorio da esplorare. Il rubato — la libertà ritmica di sottrarre e aggiungere tempo — diventò la sua firma più riconoscibile.
1956: Aníbal Troilo e la consacrazione definitiva
Se Salgán lo formò, fu Aníbal Troilo a consacrarlo. Nel 1956, Goyeneche entra nell’orchestra del grande bandoneonista, uno degli ensemble più amati e rispettati della storia del tango argentino. I due erano già amici: Troilo aveva un fiuto infallibile per i talenti, e Goyeneche era esattamente il tipo di cantante che cercava — qualcuno capace di andare oltre la melodia e toccare qualcosa di più oscuro e profondo.
Insieme registrarono 26 brani, molti dei quali sono diventati pietre miliari del repertorio classico. I duetti con Ángel Cárdenas nell’orchestra di Troilo, e le interpretazioni solistiche di questo periodo, sono ancora oggi tra le registrazioni di tango più amate — e ancora ballabili — degli anni Cinquanta.
Ma il tango stava cambiando, e non in modo indolore. Il declino delle grandi orchestre da ballo, l’avanzata del rock and roll, la crisi economica argentina: tutto spingeva il genere verso nuove forme. Troilo e Goyeneche erano dentro quella trasformazione, e la stavano plasmando.
1963: La carriera solista e la svolta con Piazzolla
Nel 1963, dopo sette anni di collaborazione, Troilo stesso incoraggia Goyeneche a intraprendere la carriera solista. È una separazione affettuosa, non una rottura. Goyeneche firma con la RCA Victor e inizia un percorso di esplorazione personale che lo porterà verso interpretazioni sempre più mature, introspettive, rarefatte.
La svolta simbolica arriva nel 1969: Goyeneche diventa il primo cantante a incidere “Balada para un Loco” di Astor Piazzolla, forse il brano più controverso e rivoluzionario del nuevo tango. Non fu una scelta ovvia. Piazzolla era osteggiato dai puristi, accusato di tradire la tradizione. Goyeneche non si preoccupò di queste polemiche: sentì la verità emotiva di quel pezzo e la cantò. Il risultato è una delle interpretazioni vocali più straordinarie della storia del tango.
La sintonia tra i due non era casuale: entrambi erano innovatori contro voglia, trascinati dalla logica interna della propria arte verso territori inesplorati. Come Piazzolla aveva reinventato la composizione strumentale, Goyeneche stava reinventando il canto.
La “voz rota”: una tecnica che è un’estetica
Negli anni della maturità, la voce di Goyeneche subì una trasformazione che avrebbe potuto essere la fine di una carriera e divenne invece la sua consacrazione definitiva. La voce si incrinò — per l’età, per gli eccessi di una vita bohémien vissuta senza risparmi, per l’intensità stessa delle emozioni che cercava di trasmettere — e quella frattura, quella ruvidità, diventò il suo tratto più inimitabile.
I critici la chiamarono voz rota: voce spezzata. Non era un difetto. Era una scelta estetica che si imponeva con la forza di una necessità. Goyeneche non cantava le storie delle canzoni: le viveva davanti al pubblico, e quella voce incrinata era la prova che le storie costavano qualcosa.
Il giornalista Ricardo García Blaya scrisse: “El Polaco Goyeneche si appropriò di molti dei tangos classici. Perché lo dico? Per la semplice ragione che ricreò innumerevoli tangos le cui versioni avevano già fatto il loro nome — identificate con altri cantanti. Ma con l’interpretazione di Goyeneche, quei tangos diventarono emblemi del suo repertorio.”
Una dizione impeccabile anche negli anni del declino fisico. La capacità di usare il silenzio come strumento narrativo. Il sussurro improvviso in mezzo a una frase — come se stesse confidando un segreto. Il ritardo di una parola, l’allungamento di una sillaba. Tutto contribuiva a creare un mondo sonoro immediatamente riconoscibile, impossibile da confondere con chiunque altro.
Gli anni Ottanta: il cinema e l’Europa
Negli anni Ottanta, Goyeneche ampliò la propria presenza anche oltre i confini argentini. Apparve come attore e cantante in due film del regista Fernando E. Solanas: “El exilio de Gardel” (1985) e “Sur” (1988), in cui interpretò il personaggio di Amado e cantò il celebre tango “Vuelvo al Sur”. Il film gli aprì le porte dell’Europa.
Dopo l’uscita di “Sur”, Goyeneche partì in tournée europea riscuotendo un successo straordinario. A Parigi le sue esibizioni furono salutate con un entusiasmo che ricordava i tempi del primo furore parigino per il tango agli inizi del Novecento. Nel 1989 partecipò al primo Granada International Tango Festival in Spagna, contribuendo in modo decisivo alla rinascita dell’interesse europeo per il tango argentino tradizionale.
Sempre nel 1989 intraprese un tour in Giappone, accompagnato dall’ottetto del bandoneonista Néstor Marconi. Le registrazioni di quei concerti a Tokyo furono pubblicate postume nel 1997 con il titolo “Roberto Polaco Goyeneche Vivo y Chamuyando”: un documento sonoro straordinario che testimonia la vitalità di un artista ormai alla fine del percorso, capace ancora di commuovere il pubblico dall’altra parte del mondo.
Il ritorno a Troilo e gli ultimi anni
La storia con Troilo non finì nel 1963. I due si ritrovarono per incidere insieme altri due dischi memorabili: “El Polaco y yo” e “¿Te acordás Polaco?” — titoli che già da soli raccontano la qualità di quell’amicizia, quel misto di affetto e rispetto reciproco che è la forma più alta di collaborazione artistica.
Negli ultimi anni Goyeneche si concentrò su spazi più intimi: piccoli club, teatri di Buenos Aires dove la distanza tra lui e il pubblico si riduceva al minimo. Non aveva più bisogno di grandi scenografie. Bastava lui, un microfono e quella voce che portava con sé decenni di vita vissuta.
Il 27 agosto 1994
Roberto Goyeneche morì il 27 agosto 1994 a Buenos Aires, per insufficienza renale e cardiaca. Aveva 68 anni e una carriera lunga quarant’anni, più di cento dischi incisi, e una influenza sul tango vocale che è impossibile quantificare.
Saavedra, il barrio che lo aveva visto nascere e crescere, lo onorò con una strada intitolata al suo nome: Avenida Roberto Goyeneche, che attraversa Saavedra e Villa Urquiza. Nel 1996 fu inaugurato un busto in bronzo, opera della scultrice Coca Ocampo, nel suo quartiere. Ogni anno l’Orquesta del Tango de Buenos Aires lo ricorda con concerti dedicati al suo repertorio.
L’eredità: perché El Polaco divide ancora
Roberto Goyeneche è uno di quegli artisti che non lasciano indifferenti. Nella comunità del tango da ballo la sua figura è ancora oggi controversa: molti danzatori si alzano dalla sedia quando suona Goyeneche, perché la sua musica — come quella di Piazzolla — non è stata concepita per essere ballata, ma per essere ascoltata. Il rubato, il tempo che accelera e rallenta secondo le esigenze narrative della voce, rende difficile l’abbraccio e il passo.
Ma ignorarlo sarebbe un errore. Goyeneche rappresenta la cerniera tra il tango della Golden Age e la modernità. Come Piazzolla nella composizione, lui nella vocalità ha dimostrato che il tango era capace di crescere senza tradire se stesso — che poteva farsi più personale, più interiore, più rischioso, senza smettere di essere tango.
La sua voz rota ha ispirato generazioni di cantanti. Il suo modo di abitare una canzone — non solo cantarla, ma viverci dentro — è ancora il modello più alto a cui aspira chi sceglie di fare del tango non solo un mestiere, ma una confessione.
“El Polaco si appropriò dei tangos classici. Li ricreò. E con la sua interpretazione, quei tangos diventarono suoi per sempre.”
— Ricardo García Blaya
Roberto Goyeneche — El Polaco. Nato a Saavedra, morto a Buenos Aires. Voce spezzata, dizione perfetta, anima intera. Uno dei grandi.
Osvaldo Pugliese – Il Maestro che fece tremare il pavimento
2 dicembre 1905 – 25 luglio 1995
Ci sono orchestre che accompagnano la serata. E poi c’è Pugliese. Pugliese non accompagna: travolge. La sua musica non si balla soltanto con i piedi — la si balla con i visceri, con il petto, con quella parte di sé che di solito si tiene chiusa a chiave. È la scelta naturale quando la serata si fa tarda, la luce si abbassa e i ballerini cercano qualcosa di più del semplice compasso: cercano l’emozione allo stato puro. Chi è stato Osvaldo Pugliese? Un pianista, un direttore, un compositore — sì, tutto questo. Ma soprattutto un uomo che ha vissuto il tango come una questione di principi, dentro e fuori dal palco.
Radici: Villa Crespo, un flautista padre e un pianoforte
Osvaldo Pedro Pugliese nasce il 2 dicembre 1905 nel quartiere di Villa Crespo, Buenos Aires, da una famiglia di immigrati italiani. Il padre Adolfo è un flautista dilettante che suona in vari conjuntos della Vecchia Guardia del tango; due fratelli, Vicente Salvador e Alberto Roque, sono violinisti. La musica, in casa Pugliese, non è un passatempo: è l’aria che si respira.
È Adolfo a insegnare il violino al piccolo Osvaldo. Il talento del bambino è così evidente da guadagnargli un posto nell’Odeon Conservatory, dove studia con i maestri Antonio D’Agostino, Rubione Scaramuzza e Pedro Vicente. Ma è il pianoforte a catturarlo per sempre: quello diventerà il suo strumento, la sua voce, la sua firma inconfondibile.
A soli 15 anni forma un trio con il bandoneonista Domingo Faillac e il violinista Alfredo Ferrito, debuttando in un locale del quartiere soprannominato Café de La Chancha — il “Caffè Sudicio”. Il nome deriva da un chitarrista grasso e avvezzo alla bottiglia, ucciso a coltellate durante il Carnevale. Un esordio, insomma, con tutto il sapore genuino e ruvido di Buenos Aires.
Gli anni di formazione: Paquita, De Caro e un monte di debiti
Nel 1921, a 16 anni, Pugliese si trasferisce a Buenos Aires in cerca di fortuna. Qui incontra Francisca Bernardo Cruz, in arte Paquita Bernardo: prima bandoneonista professionista in Argentina. Lei forma un sestetto — la Paquita Orchestra — e Osvaldo ne diventa il pianista. Il gruppo debutta al bar Domínguez e si esibisce in decine di locali tra cui La Paloma, La Glorieta, La Terraza e il Café San Bernardo.
Dopo tre anni, Pugliese lascia la Paquita Orchestra e nel 1924 entra nel quartetto di Enrique Pollet. È in questo periodo che nasce uno dei capolavori assoluti del tango strumentale: Recuerdo. Il brano non aveva un titolo; quando i cugini di Osvaldo, che lo avevano ascoltato suonarlo al Café de La Chancha, glielo chiederono anni dopo, lui rispose semplicemente: lo chiamo Recuerdo, “ricordo”, in memoria di quei momenti insieme. Una storia piccola, ma tipicamente pugliese: la grandezza travestita da semplicità.
Nel 1926 entra nell’orchestra del celebre bandoneonista Pedro Maffia, dove ritrova il violinista Elvino Vardaro. Il gruppo segue la scuola De Caro, caratterizzata da fraseggi lenti e languidi che influenzeranno tutti i bandoneonisti delle generazioni successive. Pugliese adotterà questo stile per l’intera carriera: non lo abbandonerà mai.
Nel 1929, a 24 anni, forma con Vardaro il Sexteto Típico Vardaro-Pugliese, che include nomi destinati a diventare leggendari: il violinista Alfredo Gobbi, i bandoneonisti Ciriaco Ortiz e Aníbal Troilo, il contrabbassista Luis Adesso. Il sestetto è acclamato dalla critica come fondamentale per la storia del tango. Ma non incide nulla. E durante un tour in Argentina — che si rivela un disastro — Pugliese e Vardaro sono costretti a impegnare i propri effetti personali al banco dei pegni per comprare i biglietti di ritorno a Buenos Aires. Il genio, almeno per ora, non paga l’affitto.
Seguono anni di gavetta nei caffè e nelle sale cinematografiche del cinema muto, dove il tango era di casa. Pugliese suona con Alfredo Gobbi, con Aníbal Troilo, con Pedro Laurenz, con Miguel Calò. Accumula esperienza, assorbe stili, affila il suo linguaggio.
1939: nasce la leggenda
Nel 1939, a 34 anni, Osvaldo Pugliese fonda la sua Orquesta Típica Pugliese. Il debutto avviene l’11 agosto 1939 al Café El Nacional di Buenos Aires. L’impatto è immediato: vengono riconosciuti come maestri. Quella stessa orchestra, con cambi progressivi di musicisti ma con Pugliese fisso al pianoforte come direttore, rimarrà attiva fino alla fine della sua vita e sarà considerata una delle migliori orchestre di tango della storia.
Le prime registrazioni arrivano il 15 luglio 1943 con i brani El Farol e Rodeo. Da lì in poi, una serie di composizioni che diventeranno pietre miliari del repertorio mondiale:
Recuerdo — considerata l’origine del tango strumentale stilizzato
La Yumba (1946) — manifesto ritmico del suo stile
Negracha (1948)
Malandraca (1949)
Il suono Pugliese: cos’è la “yumba”?
Lo stile di Pugliese non si descrive — si sente nel corpo. Ma ci sono caratteristiche precise che lo distinguono da ogni altra orchestra della storia del tango:
Niente percussioni: il ritmo nasce dal contrasto tra gli strumenti stessi.
Sincopazione intensa: gli accenti cadono dove non te li aspetti.
Rubato: le note vengono tenute più a lungo del previsto, creando tensione drammatica.
Slargando e slentando: alternanza tra tempi lenti e rapidi che destabilizza e riorienta il ballerino.
Soli di bandoneón di rara intensità espressiva.
E soprattutto la “yumba” — parola inventata da Pugliese stesso. “Yum-ba, yum-ba“: il primo e il terzo tempo forti, il secondo e il quarto smorzati con una nota grave al basso del pianoforte. Un’ondulazione irresistibile che spinge il corpo in avanti, inesorabilmente.
Come scrisse elportaldeltango con rara lucidità: “Il suo contributo al tango è un modo di suonare che unisce una perfetta adattabilità alla danza e una complessa concezione armonica. L’accento ritmico della sua orchestra si fonda su una sovrapposizione di strati sonori che formano un sottile meccanismo poliritmico, dove le diverse sezioni strumentali si muovono in varietà di stili ed effetti. L’orchestra di Pugliese è il punto stilistico più alto di un concetto fondamentale del tango strumentale.”
L’uomo oltre il musicista: il comunista con il garofano rosso
Osvaldo Pugliese non era solo un genio musicale. Era un uomo con una spina dorsale.
Nel 1935 organizza il primo sindacato per la tutela dei musicisti popolari argentini — lavoratori senza orari, senza ferie, senza salario dignitoso. Come raccontò lui stesso: “Istituimmo il nostro sindacato nel 1935, perché noi — i musicisti popolari — non ne avevamo mai avuto uno.” Ottennero salari più dignitosi, riposo settimanale e la fine del turno alle 4 del mattino.
Nel 1936 si iscrisse al Partito Comunista Argentino (tessera numero 108). Questo gli costò caro: fu censurato, escluso dalle trasmissioni radiofoniche, e durante il regime di Juan Domingo Perón venne incarcerato. Si racconta persino che gli scagnozzi di Perón lo rinchiusero in una barca che affondava, per poi salvarlo all’ultimo momento — un avvertimento brutale.
Ma l’orchestra non smise mai di suonare. Quando Pugliese era nelle liste nere, sul suo pianoforte vuoto l’orchestra posava un garofano rosso. Un gesto silenzioso, carico di dignità.
E poi c’è l’episodio de La Cumparsita: durante un’esibizione, la polizia irruppe nel locale per fermare il concerto — Pugliese era in lista nera. I gestori del locale dissero che non si poteva interrompere mentre si suonava. Pugliese, avisato sul palco, non si fermò: ricominciò La Cumparsita dall’inizio. E poi ancora. E ancora. Il pubblico continuò a ballare. La polizia alla fine se ne andò. Forse un record mondiale nel numero di esecuzioni consecutive di La Cumparsita.
La sua orchestra, non a caso, era strutturata come una cooperativa: partecipazione democratica, distribuzione equa dei proventi. Non era retorica: era pratica quotidiana.
Riconoscimenti mondiali e un’orchestra che non si fermò mai
Il mondo si accorse di Pugliese ben oltre i confini di Buenos Aires. Tra i riconoscimenti ricevuti:
Medaglia culturale da Cuba.
Titolo di Commandeur de l’Ordre des Arts et Lettres dalla Francia.
Cittadino illustre di Buenos Aires.
Targa commemorativa sull’Avenida Corrientes.
Accademico onorario della Academia Nacional del Tango.
Una stazione ferroviaria nel suo quartiere natale, Villa Crespo, porta il suo nome: Malabia – Osvaldo Pugliese.
Nel 1985, a 80 anni, festeggiò il compleanno suonando con la sua orchestra al leggendario Teatro Colón di Buenos Aires, sold out. Aveva già suonato in Unione Sovietica, Cina, Giappone, Montevideo. In Giappone incontrò il filosofo buddista Daisaku Ikeda, che gli disse: “Ho incontrato imperatori, re, filosofi, grandi personalità di tutto il mondo. Ma non ho mai trovato un’affinità spirituale così profonda come con te.” Pugliese rispose: “Ikeda, dobbiamo combattere insieme per la pace nel mondo.”
Gli ultimi anni e la morte
Pugliese non smise quasi mai. Nel 1995, un mese prima di morire, si esibì ancora con la sua orchestra alla Casa del Tango. Morì a Buenos Aires il 25 luglio 1995, a 89 anni. Al suo funerale venne suonata La Yumba.
La sua compagna di 45 anni, Lydia Elman, custodì fino alla fine la casa piena di cimeli e onorificenze. Di lui disse: “Osvaldo fu la persona che ogni argentino avrebbe voluto essere.” E ancora: “Osvaldo guadagnò l’amore delle persone. La persona trascese il musicista. Non aveva nemici, e molti che non lo capivano allora cominciarono a capire la grandezza della sua presenza.”
La sua forza continua attraverso sua figlia Beba e sua nipote Carla, entrambe pianiste.
Perché Pugliese ancora oggi è insostituibile
Rodolfo Mederos disse di lui: “Osvaldo portò la sua onestà, sia musicale che ideologica. Non appartiene alla categoria dei musicisti opportunisti. Continuò a fare nella sua vita quello che credeva dovesse essere fatto. Per me è un modello. Oggi ho la sensazione che i musicisti corrano a fare qualsiasi porcheria pur di ottenere un successo frivolo.”
Natalio Etchegaray, coautore del libro Don Osvaldo, sintetizzò così il segreto del suo suono: “La complessità di Osvaldo sta nella sua semplicità. La sua tecnica gli permette tre suoni sovrapposti: uno per i violini, uno per il bandoneón, uno per il pianoforte e il basso. E i tre si fondono insieme. Questo è il tango di Pugliese. È molto difficile da imitare.”
Difficile da imitare. Impossibile da dimenticare. Quando in milonga senti quella prima “yumba” uscire dagli altoparlanti, sai già che la serata è cambiata. Non c’è altro da aggiungere.
Aníbal Troilo – Il Cuore del Tango: Compositore, direttore d’orchestra, bandoneón: una sola vita non bastava per contenere tutto questo.
Un nome, un soprannome, una leggenda
Aníbal Carmelo Troilo. Nato a Buenos Aires nel 1914, scomparso nel maggio del 1975.
Sessantuno anni vissuti intensamente, quasi tutti con un bandoneón tra le mani.
Eppure il mondo del tango lo ha sempre conosciuto con un solo nome: Pichuco.
Un soprannome affettuoso, quasi infantile, che stride in modo meraviglioso con la grandezza artistica
dell’uomo. Perché Troilo non era semplicemente un musicista bravo: era una forza della natura,
una presenza che cambiava il modo in cui si percepiva il tango da dentro la sala da ballo,
dal palco e persino dall’altra parte di un disco in vinile.
L’innamoramento: il bandoneón nei caffè di Buenos Aires
Tutto inizia con un suono. Da bambino, Aníbal frequenta i caffè del suo quartiere,
e in quei luoghi intrisi di fumo, conversazioni e vita popolare, sente per la prima volta
il bandoneón risuonare tra le mura. Non è un ascolto passivo: è un colpo al petto.
Una vocazione che si accende improvvisa e non si spegnerà mai più.
A 10 anni ottiene il suo primo strumento. Quel bandoneón — conquistato chissà con quale
sacrificio o fortuna — diventa il suo compagno di vita. Non è un’esagerazione:
Troilo suonerà quello stesso strumento per quasi tutta la sua carriera.
Un legame che va oltre l’utile, oltre il professionale. Quasi una storia d’amore.
Il palco a 11 anni: quando il talento non aspetta
Nel 1925, a soli 11 anni, Troilo sale su un palco per la prima volta.
Non in un teatro, non in una sala da ballo elegante: in un mercato.
Ma la qualità di un debutto non si misura dalla cornice, si misura da ciò che succede
dopo. E ciò che successe è storia.
Tre anni più tardi, a 14 anni, forma il suo primo quintetto.
In un’epoca in cui i ragazzi della sua età pensavano al calcio e alla scuola,
Pichuco stava già costruendo il suo vocabolario musicale, scegliendo i suoi musicisti,
imparando a dirigere il suono degli altri come avrebbe diretto il proprio.
La gavetta: Vardaro, De Caro, D’Agostino
Prima di diventare il maestro, Troilo fu un allievo attento e un collaboratore prezioso.
Nel 1930 entra nel sestetto di Vardaro-Pugliese,
una formazione che rappresentava già una delle esperienze più avanzate del tango strumentale dell’epoca.
Seguono collaborazioni con orchestre di assoluto rilievo: quella di Julio De Caro,
raffinato innovatore del tango, e quella di Angel D’Agostino,
un altro gigante del genere.
Questi anni non sono semplice “esperienza sul campo”: sono la fucina in cui Troilo
fonde influenze, stili, tecniche. Ascolta, osserva, assorbe. E quando finalmente
decide di fare il grande salto, sa già esattamente che tipo di suono vuole creare.
1937: nasce l’Orquesta Típica
Nel 1937, all’età di 23 anni, Aníbal Troilo forma la propria orchestra.
È il momento in cui la storia del tango incide una svolta irreversibile.
L’Orquesta Típica di Troilo non è solo un gruppo di musicisti:
è uno strumento collettivo plasmato con cura maniacale attorno a una visione sonora precisa.
Troilo era famoso per la sua capacità straordinaria di scegliere i musicisti:
non cercava semplicemente esecutori tecnicamente abili, ma persone in grado di entrare
nell’anima di un suono. Il risultato fu quello che la critica e i musicologi chiamano
il “Troilo Sound”: un timbro inconfondibile, ricco, profondo,
costruito sull’alternanza magistrale di figure staccato e legato,
tensione e rilascio, ombra e luce.
Gli anni Quaranta: l’apice dell’Età d’Oro
Negli anni Quaranta il successo di Troilo diventa totale. Siamo in piena Età d’Oro del tango — quel periodo straordinario compreso
approssimativamente tra il 1935 e il 1955, in cui il tango era la musica popolare
per eccellenza dell’Argentina e le orchestre si sfidavano ai livelli più alti.
In questo contesto, l’Orquesta Típica di Troilo emerge come una delle
preferite dai ballerini. Non è un dettaglio trascurabile: in quel mondo,
la musica esisteva per la danza. Piacere ai ballerini significava
aver capito qualcosa di essenziale sul tango. E Troilo aveva capito tutto.
Le registrazioni di quel periodo con il cantante Francisco Fiorentino
sono ancora oggi tra i brani più amati e trasmessi nelle milonghe di tutto il mondo.
Quando senti quella voce calore di Fiorentino appoggiarsi sull’orchestra di Troilo,
capisci perché il tango ha smesso di essere solo musica e ha cominciato a essere un territorio emotivo.
Il modo di suonare: un corpo che diventa musica
Chi lo ha visto suonare ricorda sempre la stessa immagine: Troilo piegato in avanti, gli occhi chiusi, il doppio mento che scendeva verso il bandoneón,
completamente perso in qualcosa che non era più performance ma confessione.
Non stava suonando per il pubblico, o almeno non solo. Stava attraversando qualcosa.
E quella qualità di presenza — quella capacità di essere completamente dentro la musica
mentre la musica usciva fuori — era esattamente ciò che il pubblico percepiva
e non riusciva a nominare, ma sentiva pienamente.
Lui stesso, interrogato sulla sua tendenza a commuoversi esibendosi, rispose senza vergogna:
“Si dice che mi commuova spesso e che pianga. Sì, è vero. Ma non lo faccio mai per cose banali.”
Una frase che vale più di qualsiasi analisi musicologica.
La svolta degli anni Cinquanta: verso il suono da concerto
Verso la fine degli anni Cinquanta, mentre il tango ballato perdeva terreno
rispetto al rock e alla musica pop internazionale, Troilo non si irrigidì
in una difesa nostalgica del passato. Evolvette.
Il suo suono si trasformò progressivamente in un suono da concerto:
più elaborato armonicamente, più attento alle strutture compositive, meno direttamente
pensato per la pista da ballo e più per l’ascolto attivo. Una scelta coraggiosa,
forse inevitabile, che testimonia l’intelligenza artistica di un uomo che non aveva
paura di crescere e di cambiare forma senza tradire la propria sostanza.
485 incisioni: un’eredità senza fine
Quando Troilo muore, nel maggio del 1975, lascia dietro di sé
un catalogo di 485 lati incisi. Un numero che da solo racconta
una vita spesa interamente alla musica.
Compositore, direttore d’orchestra, bandoneón di livello assoluto:
pochi artisti nella storia del tango hanno incarnato con questa densità
tutte le dimensioni di un genere musicale. Il suo bandoneón è considerato
da molti tra i migliori mai suonati nella storia del tango — non per la tecnica fine a sé stessa,
ma per la capacità espressiva, per quella qualità rara di trasformare il suono in emozione pura.
Perché Troilo è ancora vivo nelle milonghe di oggi
Nelle milonghe di Buenos Aires, Berlino, Tokyo, Milano o Napoli,
quando il DJ mette una registrazione dell’Orquesta Típica di Troilo,
qualcosa cambia nell’aria. I ballerini si fermano un secondo in più prima di abbracciarsi.
Qualcosa li chiama a una qualità di attenzione diversa.
Non è nostalgia. È riconoscimento. È la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa
che è stato fatto nel modo giusto, con le mani giuste, con il cuore giusto.
Pichuco non ci ha lasciato solo musica. Ci ha lasciato un modo di essere nel tango:
con gli occhi chiusi, piegati in avanti, mossi soltanto da ciò che merita di muoverci davvero.
Carlos Di Sarli — El Señor del Tango: L’uomo dietro gli occhiali scuri che conquistò Buenos Aires
C’è un suono nel tango che non puoi confondere con nessun altro. Un pianoforte che scandisce il ritmo con eleganza chirurgica, un’orchestra che respira insieme come un organismo solo, e una chiarezza melodica che ti entra nelle gambe prima ancora che tu ne sia consapevole. Quel suono ha un nome: Carlos Di Sarli.
Nato nel 1903 nella provincia di Buenos Aires, Di Sarli portava sempre un paio di occhiali da sole scuri — non per vezzo o per darsi un’aria da misterioso, ma per nascondere una ferita riportata durante l’infanzia. Quel dettaglio, apparentemente marginale, finì per diventare il suo marchio distintivo, il sigillo visivo di un artista che avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella storia del tango.
Il ragazzo che sfidò il padre e il maestro
La storia di Di Sarli è quella di una vocazione impossibile da contenere. A soli tredici anni, con un talento pianistico già evidente, prese una decisione che inorridì sia il padre sia il suo insegnante di pianoforte: abbandonò il percorso classico e partì in tournée con una compagnia che suonava musica popolare e tanghi. Era il 1916, e il giovane Carlos aveva già scelto il suo destino.
Tre anni dopo, nel 1919, fondò la sua prima orchestra e iniziò a suonare in una sala da tè. Sempre in quell’anno compose il suo primo tango, Meditación — un brano che purtroppo non fu mai registrato e di cui resta solo il ricordo nei racconti di chi ebbe la fortuna di ascoltarlo dal vivo.
Gli anni della formazione e le prime incisioni
Il percorso di Di Sarli non fu lineare. Nel 1923 entrò a far parte del gruppo del bandoneonista Anselmo Aieta, per poi unirsi all’ensemble guidato dal violinista Juan Pedro Castillo. Furono anni di apprendistato fondamentali, durante i quali affinò la sua visione musicale e sviluppò quella sensibilità unica per gli arrangiamenti orchestrali che sarebbe diventata il suo tratto distintivo.
Nel 1927 il passo decisivo: Di Sarli formò il suo sestetto, con violini, bandoneón e contrabbasso. L’organico era essenziale, ma il suono era già quello — pulito, preciso, irresistibilmente ballabile. Tra il 1928 e il 1931, il sestetto incise 49 facciate per l’etichetta Victor, gettando le basi di una discografia che sarebbe diventata leggendaria.
L’orchestra che cambiò le regole
A metà degli anni Trenta, Di Sarli attraversò una fase di transizione, collaborando con un piccolo gruppo di musicisti guidato dal bandoneonista Juan Cambareri. Ma il 1938 segnò la vera svolta: la nascita della sua orchestra, quella che avrebbe scritto alcune delle pagine più importanti del tango.
L’anno successivo arrivò la prima registrazione con il nuovo organico — il tango Corazón — oggi considerata un classico assoluto. Da quel momento, l’orchestra di Di Sarli dominò la scena per un intero decennio, incidendo 155 facciate che ancora oggi risuonano nelle milonghe di tutto il mondo.
Dissoluzione, rinascita e i capolavori finali
Nel 1949 l’orchestra si sciolse. Fu un colpo duro, ma Di Sarli non era il tipo da arrendersi. Tra il 1951 e il 1953 tornò in studio, producendo 84 nuove incisioni. Poi, nel 1954, iniziò quella che molti considerano la sua fase più straordinaria: le registrazioni di quegli anni sono unanimemente riconosciute come classici assoluti del genere, tra le più grandi incisioni di tango mai realizzate.
L’ultima facciata fu registrata nel 1958. Due anni dopo, nel gennaio del 1960, Carlos Di Sarli si spense, lasciando dietro di sé 27 album e un’eredità musicale senza paragoni.
Perché Di Sarli è El Señor del Tango
La grandezza di Di Sarli sta in un paradosso apparente: la sua musica è semplice e complessa allo stesso tempo. Il ritmo è limpido, immediatamente accessibile, perfetto per chi muove i primi passi sulla pista. Ma sotto quella superficie cristallina si nasconde una ricchezza armonica e una sottigliezza interpretativa che i ballerini più esperti non smettono mai di esplorare e riscoprire.
Non è un caso che il suo soprannome fosse El Señor del Tango — il Signore del Tango. Era un titolo che parlava di rispetto, di riconoscimento unanime da parte dei colleghi e del pubblico. Di Sarli non cercava l’effetto spettacolare né la complessità fine a sé stessa. Cercava l’eleganza, e la trovava ogni volta.
Ancora oggi, in qualsiasi milonga del pianeta, quando parte un brano di Di Sarli, la pista si riempie. Principianti e maestri si ritrovano uniti dallo stesso invito irresistibile: quello di un pianoforte che segna il cammino e di un’orchestra che trasforma ogni passo in qualcosa di inevitabilmente bello.
Carlos Di Sarli non suonava semplicemente il tango. Era il tango.
Francisco Canaro: dal barattolo di latta alla leggenda del tango: La storia incredibile di “Pirincho”, il ragazzo che si costruì un violino con gli scarti di una fabbrica e rivoluzionò il tango per sempre
Ci sono storie nel tango che sembrano inventate, troppo cinematografiche per essere vere. Quella di Francisco Canaro è una di queste — con la differenza che è tutto documentato, nota per nota, scandalo dopo scandalo.
Un inizio che più umile non si può
Siamo nel 1888 a San José de Mayo, in Uruguay. Francisco nasce in una famiglia di immigrati italiani — il padre, anche lui Francisco, e la madre Rafaela Gatto — e fin da neonato si guadagna un soprannome destinato a seguirlo per tutta la vita: Pirincho, come l’uccello sudamericano dal ciuffo arruffato, per via dei suoi capelli ricci e scomposti.
La famiglia è numerosa: otto figli. Nel 1898 attraversano il Río de la Plata e si stabiliscono a Buenos Aires, nei famigerati conventillos — quei casermoni sovraffollati dove si ammassavano le famiglie di immigrati. La povertà è così nera che Francisco non può nemmeno andare a scuola. A dieci anni è già per strada: vende giornali, lucida scarpe, fa il garzone da un imbianchino. Poi entra come apprendista in una fabbrica di barattoli di latta.
Ed è proprio lì, tra lamiere e olio, che accade qualcosa di straordinario. Il ragazzo, che nel frattempo ha imparato chitarra e mandolino da un vicino di casa, si costruisce un violino artigianale con pezzi di legno e i resti di un barattolo. Uno strumento improbabile, quasi grottesco — eppure Francisco impara a suonarlo da autodidatta. Racconta lui stesso che il primo tango che riuscì a eseguire a memoria fu El Llorón, di autore sconosciuto. L’astuccio? Glielo cucì la madre: una semplice sacca di stoffa. E con quel violino fatto di niente, uscì a cercare qualche soldo suonando nelle balere del quartiere.
Nel 1906, a diciotto anni, compie finalmente il grande passo: acquista un violino vero. Economico, limitato, ma reale. Il suo debutto professionale avviene a Ranchos, alla periferia di Buenos Aires, con un trio composto da violino, chitarra e mandolino. Guadagni miseri, ma la musica aveva trovato la sua strada.
L’incontro che cambia tutto: Vicente Greco
Il 1908 è l’anno della svolta. A vent’anni, Francisco incontra un vicino di casa destinato a segnare la storia del tango: il bandoneonista e direttore d’orchestra Vicente Greco, colui al quale si attribuisce l’invenzione del termine “Orquesta Típica”, coniato per distinguere il suo ensemble da quelli che suonavano altri ritmi.
Canaro si butta anima e corpo nel tango. Suona nel quartiere de La Boca e accompagna Greco in diverse tournée, tutte di buon successo commerciale. I due incidono i primi dischi sotto l’etichetta Casa Tagini, richiamando folle da tutta Buenos Aires, soprattutto sulla celebre Calle Corrientes e al Salón La Argentina.
Nel 1912, a soli ventiquattro anni, Canaro compone il suo primo tango: Pinta Brava.
1915: il Baile del Internado e l’ascesa inarrestabile
Il 1915 è un anno cardine. Il ventiseienne Canaro viene chiamato a dirigere un’orchestra per la prima volta in un contesto tanto singolare quanto memorabile: il Baile del Internado, un ballo-commedia organizzato dagli specializzandi degli ospedali con l’unico scopo di prendere in giro i propri medici. La serata si tiene al celebre Palais de Glace, e tra i nomi in cartellone figura anche Roberto Firpo.
Canaro debutta con El Alacrán e Matasano, e l’anno seguente presenta il brano che diventerà il simbolo di quell’evento: El Internado.
Da quel momento, la carriera di Canaro decolla senza sosta. Viene ingaggiato per i Bailes de Carnaval, dove il pubblico lo accoglie con un entusiasmo tale da assicurargli inviti ricorrenti negli anni a venire. Ma c’è un aspetto ancora più significativo: l’orchestra di Canaro è la prima a essere ammessa nei circoli aristocratici. Prima di lui, il tango era musica da bassifondi, roba da arrabal. Con Pirincho, diventa improvvisamente di moda nell’alta società.
Canaro forma un nuovo trio con il bandoneonista Pedro Polito e il pianista José Martínez, nucleo della prima Orquesta Pirincho. Poi aggiunge Rafael Rinaldi come secondo violino e Leopoldo Thompson al contrabbasso — e nel 1917 segna un’altra pietra miliare: è il primo a introdurre il contrabbasso nell’orchestra di tango.
Dopo il 1918, con le esibizioni al Royal Pigall e all’Armenonville, Canaro trasforma il tango in un vero e proprio business. Gestisce contemporaneamente tre orchestre: una la dirige personalmente, le altre due sono affidate ai fratelli Juan e Humberto. Poi si aggiunge anche il fratello Rafael. Una macchina produttiva senza precedenti.
Nel 1921, a trentatré anni, riceve l’invito più prestigioso: il Gran Ballo di Carnevale al Teatro Ópera di Buenos Aires. Per l’occasione, crea qualcosa di mai visto prima nel tango: un’orchestra di trentadue elementi. Una formazione monstre che ridefinisce le proporzioni del genere.
L’invenzione dell’estribillista: il canto entra nel tango
Fino al 1924, le orchestre tipiche sono quasi esclusivamente strumentali. È Francisco Canaro a rompere questo schema, introducendo una voce nell’orchestra per cantare l’estribillo — la sezione principale del brano. Il primo cantante a ricoprire questo ruolo è Roberto Díaz.
L’innovazione è così rivoluzionaria che l’intero periodo dalla metà degli anni ’20 alla fine degli anni ’30 viene chiamato era degli estribillisti. Tutte le orchestre cominciano ad adottare il modello. Canaro stesso spiega nella sua autobiografia che sentiva che alle sue registrazioni e alla sua orchestra mancasse qualcosa: la parte vocale, non per riempire il disco, ma per rendere più interessante l’esecuzione musicale.
Un dettaglio affascinante: in quell’epoca non esistevano i microfoni. I cantanti faticavano a farsi sentire sopra l’orchestra, e alcuni ricorrevano addirittura al megafono.
Parigi, l’Italia e le radici ritrovate
Nel 1925, Canaro sbarca a Parigi — dove il tango è una vera e propria mania — accompagnato dagli estribillisti Agustín Irusta e Roberto Fugazot e dal pianista Lucio Demare. Il successo è travolgente. A Parigi si unisce al gruppo Teresa Asprella, e durante la tournée negli Stati Uniti si aggiunge anche Linda Telma.
L’anno seguente, libero da impegni contrattuali, Canaro decide di realizzare un viaggio che porta nel cuore: l’Italia. Vuole incontrare la nonna Campana e visitare la terra d’origine della famiglia, nella provincia di Rovigo. Si innamora del Paese e finalmente abbraccia la nonna, ormai ottantaseienne.
È durante questo viaggio che accade un episodio delizioso. A Milano, Canaro scopre un ristorante nel centro storico, si siede e ordina scherzosamente al giovane cameriere un’autentica “milanesa” — piatto che non è in menù. Il cameriere torna con delle cotolette impanate. Canaro è stupefatto, ma il mistero si svela quando la figlia del proprietario gli chiede un autografo: il cameriere aveva lavorato a Parigi in un locale dove Canaro era una celebrità. Pirincho lo invita a sedersi al suo tavolo, ma il cameriere resta in piedi e gli dice: “Maestro, la sua musica è bellissima, molto commovente”. Canaro, sopraffatto dall’emozione, si alza e lo abbraccia.
L’amore, la pistola e il convento: il triangolo con Ada Falcón
La vita privata di Canaro è un romanzo a sé. Alla fine degli anni ’20, inizia una relazione con Ada Falcón, cantante e attrice argentina di ventiquattro anni, celebre per i suoi grandi occhi verdi e la voce calda e avvolgente. Ada vuole sposarlo, ma Canaro è già unito in matrimonio con Martha Gessaume. Valuta il divorzio, ma calcola che sarebbe un disastro finanziario. Così la relazione continua nell’ombra per anni.
Il finale, nel 1938, è degno di un film. Martha Gessaume entra in uno studio di registrazione e trova Ada Falcón seduta sulle ginocchia di Canaro. A quel punto, la moglie estrae una pistola dalla borsa e la punta alla testa di Falcón.
Ada ha un crollo nervoso. Comunica al suo amante che non canterà mai più per lui e comincia un lento ritiro dalla vita pubblica. Le sue ultime registrazioni risalgono al 1942: per ironia della sorte, sono entrambe composizioni di Canaro — Encadenado Corazón e il valzer Viviré Con Tu Recuerdo. Dopo di che, Ada si rifugia con la madre in un convento dell’Ordine Francescano Terziario, dove trascorrerà il resto della sua vita.
Canaro la ricorda come una delle cantanti più belle della loro epoca, dotata di una voce calda e di eccezionali doti interpretative, capace di sentire il tango e cantarlo con un gusto e un’intonazione singolari.
Quando, molti anni dopo, due registi si recano al convento per girare un documentario sulla sua vita, Ada pronuncia una frase che riassume tutto: “Mi sono rinchiusa qui perché devo espiare un peccato”.
Come nota a margine: Canaro ebbe anche un’altra relazione clandestina con Irma Gay, sorella della cantante di tango Elizabeth Grana, dalla quale ebbe due figlie, Emma e Argentina Irma Rafaela Canaro.
Il paladino dei diritti d’autore
C’è un lato di Canaro che spesso viene sottovalutato: il suo impegno per i diritti dei compositori. In un’epoca in cui il concetto stesso di diritto d’autore era praticamente inesistente nel mondo del tango, Canaro si batte con tenacia per il riconoscimento della proprietà intellettuale e della paternità artistica delle opere musicali.
Il culmine di questo impegno arriva nel 1940, quando fonda la SADAIC (Sociedad Argentina de Autores y Compositores de Música), l’equivalente argentino della SIAE. Non si limita a crearla: acquista personalmente l’immobile che ne ospiterà la sede.
Una discografia sovrumana e il cinema meno fortunato
I numeri della produzione discografica di Canaro sono semplicemente sbalorditivi: 3.792 registrazioni censite. Una mole di lavoro che non ha eguali nella storia del tango.
Sul fronte cinematografico, invece, la storia è diversa. Canaro — imprenditore di enorme successo e più ricco persino di Gardel — fonda la casa di produzione Río de la Plata, ma quasi tutti i film si rivelano un flop commerciale. Alla fine è costretto a venderla. Con la sua consueta autoironia, commenta: i film sonori furono un completo fallimento per lui, e lo lasciarono muto.
Tra le sue produzioni figurano titoli come Ídolos De La Radio (1934), La Muchacha Del Circo (1937), Cantando Llegó El Amor (1938) e Con La Música En El Alma (1951), oltre al documentario sui funerali di Carlos Gardel del 1936.
Il tramonto
Gli ultimi anni di Canaro sono segnati dalla malattia di Paget, una rara patologia ossea che lo costringe progressivamente al ritiro dalle scene. Muore a Buenos Aires il 14 dicembre 1964, a settantasei anni.
Lascia dietro di sé una delle discografie più vaste mai realizzate, un’intera era del tango che porta il suo nome, un’istituzione — la SADAIC — che ancora oggi tutela i diritti dei musicisti argentini, e una storia personale che intreccia genio musicale, fiuto imprenditoriale e passioni travolgenti.
Dal barattolo di latta di una fabbrica ai palchi più prestigiosi del mondo: Francisco “Pirincho” Canaro resta una delle figure più straordinarie e complesse che il tango abbia mai conosciuto.
L’uomo che restituì il tango ai ballerini e salvò un’intera epoca musicale con la forza irresistibile del ritmo
14 dicembre 1900 — 14 gennaio 1976 · Buenos Aires
C’è una frase di Aníbal Troilo che da sola vale più di qualsiasi analisi musicologica. Disse, a proposito di Juan D’Arienzo: «Ridete pure… ma senza di lui saremmo tutti senza lavoro.» Non era un complimento di circostanza. Era la pura verità. Perché D’Arienzo, con il suo genio ritmico — così semplice da sembrare banale, così potente da trascinare generazioni intere — fece qualcosa che nessun altro musicista riuscì a fare: riportò il tango nelle gambe della gente e, nel farlo, salvò l’intero movimento dalla crisi.
Questa è la storia di un uomo che il padre voleva avvocato, che i colleghi deridevano come un violinista mediocre, e che il destino trasformò nel re incontrastato delle milonghe di Buenos Aires.
Il figlio ribelle del barrio de Congreso
Juan D’Arienzo nasce il 14 dicembre 1900 nel quartiere di Congreso, a Buenos Aires. I genitori — Don Alberto D’Arienzo e Amalia Améndola — sono di origine italiana. Juan è il primogenito di tre figli, e fin da bambino è chiaro che la musica è il suo mondo. Il problema è che Don Alberto non la pensa affatto così.
Il padre è categorico: il tango è «senza futuro». Vuole che Juan studi legge e gli succeda alla guida di un’importante azienda di produzione agricola. Ne nasce uno scontro che durerà anni, un conflitto domestico sordo e doloroso. Molto più tardi, Juan ricorderà con tristezza di essere stato considerato una sorta di «perditempo» dalla persona che più amava al mondo.
Eppure l’ironia della sorte è lampante: tutti e tre i figli D’Arienzo sono straordinariamente musicali. Juan suona il violino dall’età di dodici anni, il fratello Ernani è batterista e pianista, la sorella Josephine è pianista e soprano. È la madre Amalia — non il padre — a riconoscere e coltivare quel talento, iscrivendoli al Conservatorio Mascagni. Juan vi entra a soli otto anni, per poi passare al Conservatorio Altiban-Piazzini.
Nonostante la ribellione artistica, Juan è tutt’altro che uno svogliato. Frequenta la scuola elementare Cornelio Saavedra e poi il liceo Nacional Mariano Moreno con buoni risultati. Lavora anche per il padre e si rivela un eccellente venditore — un dettaglio che non è affatto marginale: quel fiuto per gli affari lo accompagnerà per tutta la carriera.
L’esordio: dal giardino zoologico al Teatro Nacional
Da adolescente, Juan fa un incontro che cambierà il corso della sua vita. Attacca bottone con un pianista della sua stessa età, e tra i due nasce un’amicizia che durerà per sempre: quel ragazzo è Ángel Domingo D’Agostino. Insieme, con il flautista Carlos Bianchi, formano un trio che si fa chiamare «Ases del Tango». Un’agenzia di collocamento procura loro un ingaggio: suonare la domenica pomeriggio allo Zoo di Buenos Aires, accanto a un teatro di marionette, per quattro pesos. L’esperienza sarà memorabile per un motivo amaro: nessuno li paga.
Ma il ragazzo non si arrende. Nel 1917 incontra Carlos Posadas — compositore, violinista, direttore d’orchestra e figura leggendaria della Guardia Vieja del tango. Posadas diventa il suo mentore, lo introduce nell’orchestra del Teatro Avenida, lo guida con affetto paterno. Quando Posadas muore prematuramente l’anno dopo, a soli 33 anni, il colpo per D’Arienzo è durissimo.
Nel 1919, a soli 18 anni, Juan viene reclutato dal prestigioso Teatro Nacional. Il debutto avviene il 25 giugno, con la compagnia Arata-Simari-Franco, nella commedia El Cabaret Montmartre di Alberto Novión. D’Arienzo e D’Agostino suonano in una piccola orquesta típica che accompagna Los Undarias e El Morocho Portuguesa, due stelle del tango canyengue. È l’inizio vero.
El Grillo: gli anni della gavetta e dello scherno
Gli anni Venti sono per D’Arienzo un periodo di esplorazione — e di umiliazione. Si cimenta con il jazz, suonando nella Jazz Select Lavalle e nella celebre Orquesta de Nicolás Verona. Accompagna film muti, lavora in orchestre da teatro, inaugura persino il Cinema Hindu nel 1927. Si fa conoscere attraverso la nuova emittente Radio El Mundo.
Ma come violinista, il giudizio è impietoso. Il suo tono è considerato stridulo, la sua tecnica mediocre. I colleghi gli affibbiano un soprannome crudele: El Grillo — il Grilletto. Un nomignolo che gli resterà appiccicato per anni, finché la storia non gli darà una rivincita clamorosa.
Nel 1926 torna al tango, suonando il violino ne La Orquesta Típica Paramount. Nel 1928 forma la sua prima orchestra: Alfredo Mazzeo, Luis Cuervo e lui stesso ai violini; Ciriaco Ortiz, Nicolás Premian e Florentino Octaviano al bandoneón; Vicente Gorrese al pianoforte; Juan Carlos Puglisi al contrabbasso; Carlos Dante come cantante.
L’orchestra lavora, si esibisce, registra. Ma il vero terremoto deve ancora arrivare.
9 luglio 1935: la notte che cambiò il tango per sempre
C’è una data precisa in cui la storia del tango si spezza in un «prima» e un «dopo». Molti la identificano con il 1935, quando Juan D’Arienzo ha trentacinque anni e il suo nuovo pianista è un giovane di talento cristallino: Rodolfo Biagi.
Accade questo: il compositore Pintín Castellanos porta all’orchestra un nuovo tango intitolato La Puñalada. I musicisti — Biagi in testa — propongono di trasformarne il ritmo da 4/8 a una milonga in 2/4. D’Arienzo, il direttore che non tollera deviazioni dal suo stile, rifiuta. Ma quella sera arriva in ritardo, e l’orchestra inizia a suonare da sola con il nuovo arrangiamento.
Quello che successe fu fenomenale. Il pubblico ballò con un entusiasmo tale che, tra grida e applausi, costrinse D’Arienzo a continuare con quel nuovo stile per tutta la notte. In quel momento nacque l’Età d’Oro del tango.
D’Arienzo capì immediatamente. Non era solo un successo: era una rivoluzione. Quel ritmo incalzante, nervoso, irresistibile restituì il tango ai ballerini. Riaccese l’interesse dei giovani. Rese il tango non solo popolare, ma di nuovo alla moda. E nel farlo, non salvò solo se stesso — salvò un intero universo musicale.
Nel 1950, quando D’Arienzo re-incise La Puñalada in una versione ancora più veloce, il disco divenne il primo tango della storia a vendere un milione di copie.
Sempre nel 1935, D’Arienzo registra i primi album per l’etichetta RCA Victor: il vals Desde el Alma e il tango Hotel Victoria. La Radio El Mundo trasmette il suono della sua orchestra in tutto il Paese. È l’alba della Década del Cuarenta: il tango rinascimento.
La formula del Re: ritmo, nervo e carattere
Cos’aveva di così speciale l’orchestra di D’Arienzo? Perché riempiva le milonghe mentre altre orchestre suonavano per sale semivuote?
Il primo elemento era il pianoforte di Rodolfo Biagi: un ritmo duro, martellante, che accentuava uniformemente i quattro tempi di ogni battuta colmando ogni vuoto melodico. Poi il violino, preferibilmente solista, che sottolineava cambi drammatici. E il bandoneón, con il suo staccato fulminante.
«Ai giovani piaccio. Piacciono i miei tanghi perché sono ritmici, nervosi, veloci. La gioventù cerca questo: allegria, movimento. Se gli suoni un tango melodico e fuori tempo, di sicuro non gli piacerà. Ora ci sono bravi musicisti e grandi orchestre che pensano di suonare tango. Ma non è così. Se non c’è il ritmo, non c’è tango.»
— Juan D’Arienzo
L’organico standard comprendeva cinque violini, cinque bandoneón, pianoforte, contrabbasso e cantanti. D’Arienzo non suonava mai con formazioni ridotte — semmai le ingrandiva, arrivando per certe registrazioni fino a dieci violini.
Quando nel 1938 Biagi lasciò l’orchestra per fondare la propria, D’Arienzo impose al sostituto Fulvio Salamanca di replicare esattamente lo stile di Biagi. Non per mancanza di visione, ma per lucida strategia: la continuità del suono era la continuità del successo. Un uomo d’affari, oltre che un artista.
«Con me fiorirono centomila orchestre di tango e club di quartiere.»
— Juan D’Arienzo
Il direttore folle
Se il suono di D’Arienzo era inconfondibile, il suo modo di dirigere era qualcosa di assolutamente unico nella storia del tango. Dimenticate il direttore composto con la bacchetta. D’Arienzo saltava, si contorceva, faceva smorfie, rideva come un demone, si avvicinava ai bandoneonisti con l’aria di un folletto impazzito.
Luis Adolfo Sierra, nel suo saggio L’Evoluzione del Tango Strumentale del 1966, descrisse lo stile D’Arienzo come un «marcato rigido, tagliente, accelerato, un movimento inesorabile in contrasto con lo staccato e i silenzi» — tecnicamente semplice, ma esaltato da un’interazione strumentale straordinaria.
Ma D’Arienzo non faceva il buffone per compiacere il pubblico. Ogni gesto era un codice per i suoi musicisti. Un’occhiata significava un errore, un movimento delle mani era un incitamento o un rimprovero. Lui stesso lo spiegò con chiarezza: dirigeva con le mani nude, non con la bacchetta, perché erano più espressive. Era naturale, diceva, e in quell’essere naturale si trasformava, trasmettendo le proprie emozioni ai musicisti e, attraverso di loro, al pubblico.
El Rey del Compás
È il 1937 quando D’Arienzo riceve il soprannome che lo consacrerà per l’eternità: El Rey del Compás — Il Re del Ritmo. L’autore del battesimo è Ángel Sánchez Carreño, noto come «Il Principe Cubano», animatore del cabaret Chantecler. Il nome viene pronunciato alla radio, con astuzia, e da quel momento diventa leggenda.
Quanto fosse grande il suo dominio lo si capisce da un dettaglio: nel poster del Carnaval di Buenos Aires del 1940, organizzato da Radio El Mundo — quando la televisione ancora non esisteva — D’Arienzo figurava tra le quattro stelle principali dell’evento.
E poi c’è il dato che vale più di ogni parola: la sua versione de La Cumparsita, che registrò non meno di otto volte tra il 1928 e il 1971, vendette oltre quattordici milioni di copie. La versione del 1951 è universalmente considerata la migliore.
La filosofia del ritmo
D’Arienzo non era un intellettuale del tango, e non pretendeva di esserlo. Era, nelle sue stesse parole, «uno del pueblo» — un uomo del popolo. Ma nella sua semplicità si nascondeva una visione lucidissima della crisi che aveva colpito il tango e della via d’uscita.
«Il tango è soprattutto ritmo, nervo, forza e carattere. Il tango antico, quello della Guardia Vieja, aveva tutto questo, e dobbiamo fare il possibile per non perderlo mai. Perché ce ne siamo dimenticati, il tango argentino è entrato in crisi. Mettendo da parte la modestia, ho fatto tutto il possibile per farlo rinascere.»
— Juan D’Arienzo
La sua analisi della crisi era chirurgica: la colpa, secondo lui, era dei cantanti. C’era stato un tempo in cui l’orchestra non era altro che un pretesto per mettere in mostra la voce di una star. I musicisti, direttore compreso, erano ridotti ad accompagnatori. Per D’Arienzo questo era un errore capitale.
«La voce umana non è, e non deve essere, altro che uno strumento dell’orchestra. Sacrificare tutto per il cantante è un errore. Io ho reagito contro quell’errore. Ho rimesso l’orchestra in primo piano e il cantante al suo posto.»
— Juan D’Arienzo
Questa filosofia si tradusse nell’uso del cantor estribillista — un cantante che eseguiva una sola strofa o ritornello nel mezzo del brano, senza mai rubare la scena all’orchestra. Nel corso di quasi cinquant’anni di registrazioni (dal 1928 al 1975), D’Arienzo impiegò una lunga serie di estribillisti, tra cui nomi come Alberto Echagüe, Héctor Mauré, Armando Laborde, Mario Bustos e la grande Libertad Lamarque.
Il pianoforte: il vero cuore dell’orchestra
Se c’è uno strumento che definisce il suono D’Arienzo più di ogni altro, è il pianoforte. Era il motore ritmico dell’orchestra, la firma sonora inconfondibile. Nella lunga storia della sua formazione, il ruolo di pianista fu ricoperto da musicisti come Vicente Gorrese, Luis Visca, il leggendario Rodolfo Biagi, Fulvio Salamanca e, soprattutto, Juan Polito — che tornò all’orchestra più volte nel corso dei decenni.
Lo stesso D’Arienzo, nel 1975, pochi mesi prima di morire, lo disse senza giri di parole: «Il fondamento della mia orchestra è il pianoforte. Lo considero insostituibile.»
L’uomo che non volò mai
Nonostante la fama internazionale e gli inviti da tutto il mondo, D’Arienzo non si esibì mai al di fuori dell’Argentina e dell’Uruguay. La ragione è una delle storie più curiose — e più umane — della storia del tango.
Tutto risale alla morte di Carlos Gardel, nel 1935, in un incidente aereo. Gardel, poco prima, aveva detto a D’Arienzo di temere di morire su un aereo. Da quel momento, Juan sviluppò un terrore invincibile del volo.
Si racconta che l’imperatore Hirohito, grande appassionato di tango, gli fece recapitare attraverso l’ambasciata giapponese un assegno in bianco perché si esibisse in Giappone con la sua orchestra. D’Arienzo rifiutò. L’imperatore propose il viaggio in nave. D’Arienzo rifiutò: quaranta giorni erano troppi. Hirohito arrivò addirittura a offrire un sottomarino. D’Arienzo rifiutò anche quello — temeva che il Giappone entrasse in un’altra guerra.
L’eredità del Re
Juan D’Arienzo morì il 14 gennaio 1976, un mese dopo il suo settantacinquesimo compleanno. È sepolto nel Cementerio de la Chacarita, a Buenos Aires. Lasciò dietro di sé oltre mille registrazioni, un’influenza incalcolabile sulla musica popolare argentina e una lezione che ogni musicista e ogni ballerino di tango dovrebbe portare con sé:
«Se non c’è il ritmo, non c’è tango.»
La sua fu un’orchestra «dura», come la definì lui stesso: pulsante, nervosa, vibrante. Tecnicamente semplice, artisticamente irresistibile. I critici lo attaccarono per quella semplicità. Le milonghe, intanto, si riempivano.
D’Arienzo non cercò mai di essere un genio della complessità armonica. Cercò — e trovò — qualcosa di molto più raro: il battito esatto del cuore popolare. E quel battito, ancora oggi, fa ballare il mondo.
La Cumparista
L’interpretazione di D’Arienzo de La Cumparsita, registrata ben 8 volte, ha venduto più di 14 milioni di copie! È stata registrata nel 1928, 1929, 1937, 1943, 1951, 1963 e 1971. La versione del 1951 è considerata la migliore.
Filmografia
Juan D’Arienzo è stato coinvolto nei seguenti film, sia come attore che come compositore: * Tango (1933)
Melodías Porteñas (1937)
Gente Bien (1939)
Yo Quiero Ser Bataclana (1941)
Il Cantore Del Pueblo (1948)
Altra cosa es con Guitarra (1949)
Alma di Boemia (1949)
Al compás De Tu Mentira (1950)
La Voz De Mi Ciudad (1953)
Ventana Al Éxito (1966)
The Tango Lesson (1997)
Discografia
All’ultimo conteggio, D’Arienzo e la sua orchestra hanno inciso oltre 1007 dischi!
Miguel Caló — L’Uomo che Definì il Buon Gusto nel Tango
Il maestro dell’eleganza, la cui orchestra divenne la culla dei più grandi musicisti dell’Età d’Oro
C’è una frase che circola da decenni tra i milongueri di tutto il mondo: nessuna serata di tango è davvero completa senza Caló. Non è un’esagerazione. È una constatazione di fatto. Perché la musica di Miguel Caló possiede quella qualità rara e quasi indefinibile — un equilibrio perfetto tra romanticismo, ritmo e raffinatezza — che trasforma una milonga ordinaria in un’esperienza che resta addosso.
Dal Quartiere di Balvanera al Mondo
Miguel Caló nacque il 28 ottobre 1907 nel quartiere di Balvanera, Buenos Aires — uno di quei barrios porteñi dove il tango era lingua madre, non scelta. Figlio di una famiglia di musicisti, studiò fin da ragazzo sia il violino che il bandoneón, sviluppando una sensibilità musicale doppia che avrebbe poi plasmato il suo modo unico di concepire gli arrangiamenti orchestrali.
A soli 19 anni, nel 1926, era già nella sezione di bandoneón dell’orchestra di Osvaldo Fresedo — una formazione tra le più prestigiose dell’epoca. Fu una scuola determinante: da Fresedo, Caló assorbì quel senso di raffinatezza e quella pulizia sonora che sarebbero diventati il suo marchio distintivo.
I Primi Passi da Leader
Nel 1929, a 22 anni, Caló compì il salto: fondò la sua prima orchestra. Ma la sciolse quasi subito per unirsi all’ensemble del pianista e poeta Cátulo Castillo, con il quale partì in tournée in Spagna. A quella spedizione parteciparono anche i fratelli Ricardo e Alfredo Malerba e il cantante Roberto Maida — un’avventura artistica che allargò i suoi orizzonti ben oltre il Río de la Plata.
Tornato a Buenos Aires, Caló rimise in piedi una nuova formazione con il bandoneonista Domingo Cuestas, i violinisti Domingo Varela Conte, Hugo Gutiérrez ed Enrique Valtri, il contrabbassista Enzo Ricci e il pianista Luis Brighenti. Tuttavia, lasciò anche questa orchestra per unirsi nuovamente a Fresedo, con il quale viaggiò fino negli Stati Uniti.
Il 1932 segna la sua prima incisione: registrò per l’etichetta Splendid il tango “Milonga Porteña” — musica sua e di Luis Brighenti, testo di Mario César Gomila — e il valzer “Amarguras” di Miguel Nijensohn, con la voce di Román Prince.
1934: La Nascita di uno Stile
Il 1934 rappresenta la vera consolidazione. Caló formò un’orchestra con una visione precisa, il cui stile richiamava la lezione di Fresedo e portava un suono che molti hanno paragonato a quello di Carlos Di Sarli. Il pianista Miguel Nijensohn, con il suo modo di legare le frasi musicali in una cadenza ideale per i ballerini, lasciò un’impronta fondamentale. Il cantante Carlos Dante collaborò intensamente con l’orchestra, registrando 18 brani di notevole bellezza. In quegli anni passarono nella formazione anche i cantanti Alberto Morel e Roberto Caló, fratello di Miguel.
A partire dal 1937, l’arrangiatore Argentino Galván entrò a far parte dell’orchestra, apportando una sofisticazione negli arrangiamenti che alzò ulteriormente il livello artistico. E nel 1939 arrivò colui che sarebbe diventato la voce simbolo di Caló: Raúl Berón.
L’Orquesta de las Estrellas — La Leggenda
Qui inizia il capitolo che ha reso Miguel Caló immortale.
All’inizio degli anni ’40, Caló dimostrò il suo genio più grande: non solo come musicista, ma come direttore capace di selezionare, riunire e far brillare i migliori talenti della sua generazione. I nomi parlano da soli: Domingo Federico e Armando Pontier ai bandoneon, Enrique Mario Francini e Hugo Baralis ai violini, Osmar Maderna al pianoforte, e le voci di Raúl Berón e Alberto Podestá.
L’orchestra guadagnò il soprannome che ne avrebbe consacrato la leggenda: “La Orquesta de las Estrellas” — l’Orchestra delle Stelle. Non era un’etichetta promozionale. Era la semplice descrizione della realtà.
La chiave del suono di Caló risiedeva nell’equilibrio. Mentre altre orchestre dell’epoca puntavano sulla predominanza dei bandoneon o dei violini, Caló cercava la fusione perfetta: i bandoneon non sovrastavano mai gli archi, piuttosto si intrecciavano con essi producendo un tessuto sonoro ricco e al tempo stesso raffinato. Il pianoforte fungeva da collante ritmico e melodico, cucendo insieme le frasi con una naturalezza che rendeva quella musica irresistibile per chi ballava.
Il Trionfo di Berón e il Periodo d’Oro (1942-1945)
Un episodio emblematico racconta molto dello spirito di Caló. Nel 1942, i dirigenti della radio dove l’orchestra si esibiva suggerirono di licenziare Raúl Berón, ritenendolo inadeguato. Caló non cedette. Proprio in quel momento uscì il disco inciso il 29 aprile 1942 con il tango “Al compás del corazón” di Domingo Federico e Homero Expósito e il valzer “El vals soñador” — e fu un successo così travolgente che gli stessi dirigenti fecero marcia indietro.
All’inizio del 1943, Alberto Podestá lasciò l’orchestra per unirsi a Pedro Laurenz. Fu allora che entrò Raúl Iriarte, scoperto grazie al paroliere Oscar Rubens. Il duo vocale Berón-Iriarte, poi Iriarte come voce principale dopo il temporaneo allontanamento di Berón, portò l’orchestra al suo apice. Il periodo dal 1943 al 1945 produsse 43 incisioni, tra cui gemme rimaste indimenticabili: “Trenzas”, “Nada”, “Tabaco”, e l’ultima con Iriarte, “Óyeme” — scritta da Homero Expósito e Enrique Francini.
L’orchestra suonava su Radio El Mundo, una delle emittenti più potenti d’Argentina, e il nome di Caló era ormai sinonimo di buon gusto assoluto. Come ha scritto José Gobello, Caló raggiunse un equilibrio unico tra ballo, tango e musica all’interno della “Guardia del Cuarenta” del tango.
1945: La Supernova Esplode
Alla fine del 1945, l’inevitabile accadde. Come una supernova che, dopo aver brillato al massimo, si disperde generando nuove stelle, l’Orquesta de las Estrellas si dissolse. Enrique Francini e Armando Pontier lasciarono per co-dirigere la propria formazione — debuttarono il 1° settembre 1945 al Tango Bar di Corrientes 1200 a Buenos Aires. Osmar Maderna si mise in proprio. Domingo Federico aveva già lasciato nel 1943. Carlos Lazzari e Eduardo Rovira seguirono strade autonome.
Ogni musicista portò con sé qualcosa dell’insegnamento di Caló. Ma nessuna delle orchestre nate da quella diaspora — per quanto eccellenti — riuscì a replicare la magia dell’insieme originale. L’alchimia di quella formazione era qualcosa di più della somma dei suoi straordinari talenti individuali.
Caló ricostruì nuove orchestre, con altri musicisti di valore. Ma onestamente, ben poco di quello che venne dopo raggiunse le vette del periodo 1942-1945, con alcune eccezioni degne di nota.
1961: La Reunion delle Stelle
In un’epoca in cui molti profetizzavano la morte definitiva del tango, Caló lanciò una sfida coraggiosa. Nel 1961, convocò di nuovo i migliori musicisti del suo tempo per formare una nuova orchestra sotto il nome ufficiale di “Miguel Caló y su Orquesta de las Estrellas”. Armando Pontier, Domingo Federico, Enrique Francini, Hugo Baralis, il pianista Orlando Trípodi, e le voci di Alberto Podestá e Raúl Berón si ritrovarono insieme. Per il sello Odeón incisero dodici brani indimenticabili, dimostrando che il buon gusto non ha data di scadenza.
L’Eredità — Perché Caló Conta Ancora Oggi
Miguel Caló morì il 24 maggio 1972. Ma la sua musica si è rifiutata di seguirlo.
Quasi 45 anni dopo la sua scomparsa, nel 2016, la compilation “Siguen Los Exitos de La Orquesta de Miguel Caló” entrò nella Top Ten dei Latin Pop Albums di Billboard Magazine, al numero 48 della classifica Top Latin Albums e al 25 nella classifica Jazz Albums. Un risultato straordinario per musica registrata decenni prima.
La sua orchestra è stata definita “la scuola dei grandi musicisti” — un vivaio da cui uscirono futuri giganti del tango. Il suo brano feticcio, “Sans Souci”, composto da Enrique Francini e registrato per la prima volta nel 1944, è diventato la sua firma sonora, così come “La Yumba” lo è per Pugliese, “Bahía Blanca” per Di Sarli e “Adiós Nonino” per Piazzolla.
Ma l’eredità più profonda di Caló è forse questa: in un genere dove molti direttori cercavano l’eccesso, la virtuosità fine a sé stessa o l’innovazione a tutti i costi, lui scelse la via più difficile — l’eleganza. Un suono morbido, melodico e romantico che non sacrificava mai il ritmo. Arrangiamenti sofisticati che restavano al servizio del ballerino. Una direzione artistica che selezionava i migliori talenti e poi li faceva suonare come un’unica voce.
Oggi, nelle milonghe di Buenos Aires, Tokyo, Istanbul, Berlino e Bologna, quando il DJ lancia un tango di Caló, qualcosa cambia nell’aria. Le coppie si abbracciano un po’ più stretto. I passi si fanno più fluidi, più sentiti. E per qualche minuto, il buon gusto del 1943 torna a vivere, intatto, nel presente.
Perché aveva ragione chi lo ha detto: nessuna serata di tango è davvero completa senza Miguel Caló.
Composizioni principali di Miguel Caló: “Milonga Porteña”, “Cobrate y Dame el Vuelto”, “Qué Te Importa que Llore”, “Dos Fracasos”, “Jamás Retornarás”
Cantanti principali: Raúl Berón, Alberto Podestá, Raúl Iriarte, Carlos Dante, Alberto Morel
Musicisti chiave dell’Orquesta de las Estrellas: Domingo Federico (bandoneón), Armando Pontier (bandoneón), Enrique Mario Francini (violino), Hugo Baralis (violino), Osmar Maderna (pianoforte), Orlando Trípodi (pianoforte)
Verso la fine dell’800 l’Argentina subì una ondata migratoria di massa, prevalentemente dall’Europa. La maggior parte degli immigrati si distribuì in Buenos Aires, Rosario e Montevideo, ed altri in altre città nell’interno del paese. Questo fenomeno nuovo diede origine a tre forme di espressione artistica, totalmente originali: una fu il tango, un’altra “il sainete criollo” ( teatro popolare originario della Spagna che in Argentina, contaminato da elementi circensi, diede origine a una forma originale di teatro popolare che rifletteva la vita degli immigrati e dei conventillos”) e una terza forma artistica, il “filete”. Ognuna di queste manifestazioni artistiche sintetizza un aspetto della vita dei nuovi immigrati. Il “filete”, ad esempio, è una celebrazione della prosperità del lavoro. Diciamo che il filete era la decorazione dei mezzi di trasporto dei lavoratori, soprattutto di quelli che vendevano alimenti.
Ho dei ricordi indelebili da bambino, di quelle mattinate di sole quando arrivava il fruttivendolo con il suo “carro” tutto “fileteado” tirato da un cavallo un po’ malmesso. Tutte le mamme si avvicinavano per comprare la verdura fresca, ed io per prendere le canne che sorreggevano le piantine di sedano, erano leggere e ideali per costruire gli aquiloni. La zona più famosa dove avveniva questo smercio era il mercato dell’Abasto a Buenos Aires, dove il volume d’affari della verdura era il più importante. Queste particolari decorazioni si estesero poi ai camion e, più tardi, agli autobus urbani. Ricordo che era comune vedere un autobus decorato con filete e che il conducente avesse una foto di Gardel vicino allo specchio retrovisore.
Ma come nacque quest’arte popolare così singolare? Se quelli che vendevano il pane, il latte, la verdura e la frutta, usavano i carri per trasportarla, c’erano ovviamente quelli che li costruivano. Si verniciavano quasi sempre di colore grigio fino a che il destino decise di fare una virata. In una fabbrica di carri vicina al porto lavoravano due ragazzini di dodici o tredici anni, Vicente Brunetti e Cecilio Pascarella. Le mansioni dei bambini che lavoravano in quell’epoca erano per lo più di fare delle commissioni, pulire, fare il “mate” per gli adulti ecc. Tanti, come il grande Francisco Canaro e i suoi fratelli, vendevano i giornali per strada, o lucidavano le scarpe. Accadde che l’incaricato di verniciare i carri un giorno non si presentò a lavorare, e c’era una consegna da fare. Il titolare disse ai ragazzini se se la sentivano di verniciarlo loro, dal momento che tutti i giorni vedevano come si faceva. Questi accettarono il lavoro e gradirono la promozione.
Una domenica il padrone chiese ai ragazzi se volevano dare l’ultima mano di vernice ad un carro. I ragazzi si trovarono da soli nella carrozzeria e lavorarono, giocarono e si divertirono, ad certo punto videro un barattolo di vernice rossa e pensarono di verniciare i bordi del carro di quel colore.
Quando il lunedì il padrone vide il carro andò su tutte le furie, rimproverando i ragazzi disse loro “Ma cosa avete fatto? Dovremo verniciarlo di nuovo e ci pagheranno domani!”. Ma quando si presentò il titolare del carro, il dettaglio di rosso sui bordi gli piacque moltissimo e quello che prima per il padrone era un autentico disastro fu motivo di vanto, tanto che disse “E’ una speciale offerta della nostra carrozzeria”. Ma la vera sorpresa fu l’indomani quando gran parte dei possessori dei “carros” del mercato vicino si presentarono nella fabbrica chiedendo di far verniciare il loro mezzo con i bordi colorati.
Questo avvenimento curioso provocò un cambiamento nel modo di verniciare i “carros”. L’operaio che dava la verniciatura di base si chiamò, da allora, “verniciatore liscio” e quello che decorava il carro “Fileteador”.
A metà del 2000 andai a casa in Argentina, passai a trovare un amico d’infanzia, con cui suonavamo e parlavamo dei massimi sistemi in gioventù. Suonava il violoncello, il pianoforte e la chitarra, ma la sua vera passione erano il disegno e la pittura. Sapendo che vivevo in Italia, le sue domande non finivano mai.
I suoi genitori da ragazzo gli avevano dato la massima libertà. Così lui, un giorno, dipinse per intero l’appartamento dove abitava con i disegni delle copertine dei dischi dei Beatles, dei Pink Floyd e degli Yes. Come un moderno artista del filete, gli venne in mente di dipingere anche il maggiolino di un nostro amico con la faccia di Beethoven sul cofano e il resto della macchina con note musicali e spartiti. Inutile dire che il maggiolino del nostro amico diventò famoso in quell’epoca, a Rosario. Così un giorno, parlandomi del “Fileteado” che era la sua ultima passione, mi regalò un piccolo libro del “filete portegno”, scritto da Esther Barujel e Nicolas Rubiò. Oggi lo conservo come un piccolo tesoro.
Tornando al filete, i padroni dei carri si facevano dipingere sul mezzo il nome, l’indirizzo e l’oggetto del loro commercio, come verdura , pane, ecc. I disegnatori di lettere all’inizio del secolo erano quasi tutti di origine francese, i futuri “Fileteadores” presero da loro le tipologie di pennelli e le tecniche di disegno.
I francesi usavano il termine “Filet” (rete, filo). Sicuramente i verniciatori locali presero da loro la tecnica di “el espulvero” (specie di tampone). Ma questi furono gli inizi e di allora non è rimasto nulla. Le carrozzerie, buttavano tutte le matrici in legno, finiti i lavori.
Il filete portegno nacque così, a richiesta dei padroni dei carros, i pittori dovettero inventarsi un’arte popolare senza riferimenti ne antecedenti. Mentre il tango, contemporaneamente, si sviluppava nutrendosi di radici musicali come la milonga campera, l’habanera e usanze e culture europee, il filete portegno cercava di prendere spunto dalle figure dell’architettura di Buenos Aires, dai disegni delle banconote, ecc.
Diceva Discepolo che il tango è un pensiero triste che si balla, invece il filete portegno e l’arte popolare della celebrazione del lavoro. Presero due strade diverse per crescere, il tango scelse la malinconia del abbandono, e il filete la festività dei colori. Mentre il musico o il poeta realizzano l’opera con puntigliosa pazienza, il fileteador ha fretta di finire per essere pagato alla consegna.
Tra i vari personaggi dell’epoca parliamo di un italiano, Salvatore Venturo. Venturo era capitano della marina mercantile italiana, ma già in pensione si trasferì a Buenos Aires dove viveva suo fratello. Venturo era anche pittore e si può pensare che abbia utilizzato le tecniche e i modelli del carretto siciliano, ma quando iniziò a lavorare come fileteador, seguì la linea di disegno che si stava usando in quel momento nel filete di Buenos Aires e non riprodusse nulla della pittura del carretto in Sicilia. Ebbe un figlio, Miguel, che si presume abbia studiato la pittura e il disegno, presto superò i lavori di suo padre e quasi tutti convengono nel sostenere che “Miguelito” fu il pioniere che diede forma definitiva al filete portegno.
Si dice che le figure dei “Draghi” dei filetes siano una invenzione di Miguel, suggerita dalla facciata del teatro Cervantes di Buenos Aires. Altra sua invenzione fu probabilmente l’applicazione del filete nelle portiere dei camion. Le scritte sotto una certa misura non pagavano tasse ma i testi erano piccoli e si perdevano nella portiera. Miguel pensò di incorniciare le parole con ornamenti, draghi e fiori.
Quando il camion fece la sua comparsa, per i fileteadores fu faticoso passare della superficie ridotta di un carro ai metri quadrati di un camion. Quando in Buenos Aires, capital federal, tra l’anno 1967 e il ’68 fu proibita la circolazione dei mezzi a trazione animale, non c’era la minima coscienza dell’arte del fileteado, e si perse tutto, delle migliaia di carros che circolavano per la città si è conservato solo una portiera.
Il suo padrone abbandonò il suo carro in un terreno incolto, ma poi dal rimorso tornò indietro e gli strappò la portiera d’ingresso, che aveva un ritratto di Carlos Gardel. Oggi è conservata nel museo della città.
All’inizio, nessuno dei creatori né del tango né del filete, avrebbero mai pensato che queste arti popolari sarebbero diventate l’immagine stessa dell’Argentina nel mondo.
Immagini e frasi tipiche
Le immagini che si disegnavano nel filete portegno sono nate dal mondo dei conducenti dei “carros” e dei camionisti. Erano da loro scelte, con le conseguenti limitazioni alla libertà creativa dei fileteadores: alla fine del lavoro ci voleva l’approvazione del cliente e soprattutto di sua moglie! In realtà gli argomenti e i temi erano tra i più svariati, basta ricordare che il mio amico si era fatto disegnare Beethoven sul cofano della macchina, però c’erano dei temi che si usavano in modo ricorrente, ad esempio:
“La cornucopia”: Il corno dell’abbondanza tratto dalla mitologia greca, riempito di fiori, è un’immagine ideale per il filete portegno.
“Le navi”: generalmente era il disegno preferito dagli immigrati italiani che evocavano la nostalgia per la propria terra e il desiderio di tornare avendo fatto fortuna.
“Il sole”: preso dalla bandiera nazionale, utilizzato in diversi modi. Nell’ambiente dei fileteadores quando il sole era nascente veniva citato con la frase: “El sol sale para todos” (il sole esce per tutti).
“Il teatro”: è un disegno che riprende un palcoscenico con il sipario aperto e sul palco troneggiano le iniziali del proprietario del mezzo.
“La stretta di mani”: un altro simbolo patriottico, i fileteadores lo chiamano: “Los hermanos sean unidos” (frase del poema gauchesco Martin Fierro, i fratelli siano uniti, perché quella è la prima legge).
“I personaggi”: il tema ne comprende di svariati, ma i più usati sono la madonnina di Lujan, protettrice dell’Argentina, e l’immagine del zorzal, Carlos Gardel.
“Le bandiere e i nastri”: si vedono soprattutto sui camion e gli autobus. A parte il significato patriottico, ha permesso a un’intera classe sociale di immigrati, soprattutto italiani, di esprimere il proprio simbolo nazionale e la riconoscenza per la nuova terra che li aveva accolti.
“I fiori”: uno dei temi principali del filete è sempre stato il fiore, generalmente di cinque petali.
“Gli animali”: si è usato di tutto, ma un capitolo a parte meritano gli uccelli, ogni fileteador aveva un uccellino particolare che lo identificava come una firma. Erano uccelli inventati, non necessariamente copia delle specie viste in natura, da questo si deduce che anche il loro canto non fosse tradizionale se non un repertorio immaginario fatto di tangos e milongas. I cavalli furono i primi animali, dal momento che erano stati parte del primitivo carro a trazione a sangue. Si disegnavano quelli di razza creola, più forti, da tiro o quelli da corsa, più stilizzati: quando si vede in un angolo anche un cappello e dei guanti in pelle, stiamo parlando di un “burrero” (aficionado delle corse di cavalli).
“I draghi”: si dice che fu Miguel Venturo il primo a copiare delle immagini di draghi dalla facciata del Teatro Cervantes. Poi i fileteadores diedero il via libera all’immaginazione dei loro pennelli, nel loro ambiente le immagini dei draghi vengono chiamate “los patos” (le papere). A volte venivano deformate per assomigliare a pesci o uccelli.
“Le lettere”: la forma più usata era quella chiamata “esgrostica” che nel linguaggio del fileteador definiva la fusione della lettera gotica con la loro fantasia. Secondo l’aneddoto di un vecchio fileteador derivavano dalle immagini delle banconote argentine, che in quell’epoca erano impresse a Londra. Le lettere gotiche furono adattate all’estetica del filete in una proiezione tridimensionale, che veniva chiamata “repiquè”.
Un capitolo a parte è rappresentato dalle frasi che si trovavano scritte sui mezzi, ma questo è un altro tango.
Ricordo…Quando il maestro Gerardo Quilici mi raccontò di aver organizzato tanti anni prima un festival di tango, in un paese vicino a Rosario. Era con “El Polaco Goyeneche” nei camerini quando arriva un ragazzo e chiede al famoso cantante perché, nonostante tanto si impegnasse, non gli piaceva il tango.
Fu allora che il “Polaco” sparò la famosa frase: “Il tango ti sa aspettare”. Ricordo quando mio padre si lamentava della situazione politica in Argentina e diceva: “Te afanan hasta el color” (ti rubano persino il colore), frase presa dal tango di Discepolo: “Chorra” (ladra) che recitava “por ser bueno me pusiste a la miseria, me dejaste en la palmera, me robaste hasta el color” (per essere buono mi lasciasti nella miseria, ” sulla palma”(espressione per dire senza soldi), mi rubasti persino il colore). Ricordo la cara maestra Vittoria Colosio a Rosario che, quando vedeva i cialtroni e gli impreparati che imperversavano già da allora, diceva: “Il tango è cosi generoso”… oppure “Ti si sporcano gli occhi”. Ricordo anche che quando vedevi un autobus o un camion “fileteado” con la frase “Cada dia canta mejor” si riferiva a Gardel (ogni giorno canta meglio) o “que me van a hablar de amor” era tratta dal tango di Homero Exposito e H. Stamponi.
Negli anni ‘70 il filete portegno si caratterizzava soprattutto per le frasi e i detti popolari che i clienti facevano dipingere nei carri o sui camion. Uno dei più famosi fileteadores di Buenos Aires, Carlos Carboni, diceva ai clienti: “Tu me lo porti scritto e io te lo dipingo dove vuoi”. Ai fileteadores non faceva impazzire di gioia realizzare questi motti o barzellette nel loro lavoro, che era un’arte popolare tramandata nel disegno e che si doveva interrompere per scrivere delle frasi che a volte facevano ridere solo al cliente. Per questo, la maggior parte delle volte, il fileteador si vendicava realizzando queste frasi con lettere senza grazia o impegno artistico nella ricerca della forma. Generalmente i camionisti facevano mettere il loro nome sul fronte del mezzo e sul retro le famose frasi. Nel libro di Barugel-Rubiò sono raccolte alcune di queste frasi, prese dai camion e carri dell’epoca:
Frase di consiglio: “Si con caldo vas ganando, seguile dando” (se stai vincendo con brodo, continua in quel modo).
Frase di umiltà: “Disculpen, yo soy del campo” (Scusatemi, vengo dalla campagna).
Frase di condotta: “A fuerza de trabajar, el caido se levanta” (a forza di lavorare, chi è caduto si rialza).
Filosofia popolare: “El hombre es fuego, la mujer estopa, viene el diablo y soplaede la chiave (l’uomo è fuoco, la donna stoppa, arriva il diavolo e soffia.)
Frase tanguera: “A tu memoria, maestro” (Alla tua memoria maestro).
Frase di destino: “Yo ando a los saltos como rengo en tiroteo” ( vado saltando come uno zoppo in una sparatoria).
Frase di orgoglio: “Que milonga ni que tango, con esto me gano el mango” ( che milonga né tango, con questo mi guadagno il soldo).
Frase culturale: “Yo se quien es Chopin” ( Io so chi è Chopin).
Frase d’identità: “De Almagro soy la flor, de Pompeya el mejor” ( di Almagro sono il fiore, di Pompeya il migliore).
Frase di sufficienza: “Yo mate al mar muerto” (Ho ammazzato il mare morto).
Frase filosofica: “Para que te vas a matar si vas a morir igual” ( perché ti vuoi ammazzare se comunque devi morire?).
Frase di disprezzo: ” Se doman suegras a domicilio” (si domano suocere a domicilio).
Frase maschilista : “Si su hija sufre y loora, es por este pibe, senora” (Se sua figlia soffre e piange, è per questo ragazzo, signora).
Frase di arroganza: “En la cama de los vivos, este gil duerme su siesta” ( nel letto dei furbi, questo scemo dorme la siesta).
Osvaldo Natucci nato a Buenos Aires nel 1940 è uno degli ultimi veri milongueri, una persona che vive sinceramente dentro il tango con amore e dedizione. Apprezzatissimo musicalizador per anni della storica milonga “El beso” a Buenos Aires e poi in Europa, tiene conferenze sul tango come fenomeno sociale e lo insegna con molta passione.
Sei nato a Buenos Aires ed hai vissuto la tua gioventù nell’età d’oro del tango. Ci racconti quei tempi e com’è iniziata la tua avventura con il tango?
Buenos Aires negli anni ’40 viveva un’effervescenza che poche volte capita nella storia di un paese. La città aveva 3 milioni di abitanti, c’erano soldi e io credo che più della metà della popolazione ballava tango! L’atmosfera del tango era nell’aria. Nelle radio, per strada, ovunque non si ascoltava altra cosa che il tango, in quella Buenos Aires non c’era altra cosa che il tango. Gli anni ‘40 sono per me l’unica festa sociale che visse Buenos Aires e l’argentina “la fiesta del ‘40”. Quando una nazione vive una festa sociale è come nella vita individuale quando ci si innamora.
Ti senti alle stelle, individualmente o collettivamente. Io sono nato in questa atmosfera.
Da piccolo vivevo per strada (oggi purtroppo non si può più crescere così), giocavo a pallone e ascoltavo tango. I ragazzi a Buenos Aires avevano due mandati sociali: giocare bene a calcio e ballare bene il tango.
Ballare il tango era l’incontro con l’altro sesso, non c’era altra possibilità di incontrare l’altro sesso se non nel ballo o in chiesa, per questo era il desiderio di ogni adolescente.
Nel 1957 inizio a ballare, avevo 17 anni, nel Defensor de Florida, un club famoso di tango, la pista era piena all’ora. Scappavo dal collegio per andare a vedere Troilo alla confiteria del Richmond e di Florida. Ho ballato molto fino al 1960, ballavo molto male, ma ballavo.
Poi con l’università, e la mia passione per la politica (dirigevo un giornale di sinistra), ho un po’ lasciato, è impossibile essere un milonguero e dedicarsi professionalmente alla politica.
Nel ’76 arriva la dittatura e sei costretto a rifugiarti in Spagna, ma nel ’95 ritorni in Argentina e riprendi a ballare.
Sapevo che potevo ballare bene il tango perché lo amavo e perché ero abile con le gambe. Il tango e il calcio sono simili perchè in entrambi è necessaria abilità e velocità di gambe (anche Osvaldo Zotto era un ottimo calciatore!), agilità e dominio del corpo a diverse velocità.
Dal ‘55 al ‘75, in venti anni ci fu un collasso del tango in Argentina a causa dell’arrivo del rock prima e della dittatura poi; ma rimase un piccolo gruppo di persone, una piccola fiamma che rimase sempre viva e permise al tango di sopravvivere. Negli anni 70 e 80 c’erano solo 5 milonghe a Buenos Aires.
Ritorno e devo imparare a ballare, ricorro a quasi tutti i maestri che c’erano a Baires e da ognuno di loro ho preso qualcosa, ma i miei riferimenti furono Ricardo Vidort, Tomi, Pupi e Tete.
I grandi milongueri quindi, anche se hanno stili di ballo differenti.
La fiesta del ‘40 dette vita a due modelli di ballo principali. Il tango salon e il tango milonguero. Cerco di spiegarli per far si che questi titoli non diventino un cliché. Il tango salon era il tango di barrio, che si ballava irregolarmente, non tutti i giorni, ma il fine settimana, con molto spazio a disposizione e la maggior parte dei ballerini erano in coppia o sposati.
Era un ballo più rettilineo, non molto musicale perché la preoccupazione principale era per la costruzione coreografica. Questo modello portato all’esasperazione sul palcoscenico è quello che oggi si chiama tango fantasia o escenario. Nel ballo del centro o tango milonguero non si rompe l’abbraccio, perché le sale da ballo son più piccole (come El beso), il ballo è più circolare, molto più musicale perché il ballerino conosce meglio la musica dato che va a ballare quasi tutti i giorni della settimana, e quando c’è un tema di Di Sarli sa già come suona. Per ballare bene sulla musica, la si deve anticipare e questo succede quando la gente balla con una frequenza alta.
Oggi il tango si globalizza , abbiamo migliaia di persone che ballano in tutto il mondo. Qual è la differenza con gli anni 40?
Nella fiesta del ’40, c’erano più affezionati e artigiani che artisti. Quando parlo di artigiani mi riferisco ad affezionati che si distinguevano per stile ed eleganza.
E poi ci sono gli artisti.
Arquinbau, Copes erano artigiani quasi artisti secondo la mia opinione, erano artigiani che si distinguevano per salire su un palco. Oggi invece c’è una danza superiore, più creativa che si fonde con il tango e crea ballerini superlativi.
Oggi abbiamo più artisti che maestri. Questo ha vantaggi e svantaggi, perché la pedagogia del tango è in mano agli artisti e non ai maestri.
Sergio Natucci e Anibal Troilo
Quel’è la differenza tra un artista ed un maestro?
Può essere la stessa persona, ma è poco comune, perché sono psicologie contradditorie, un artista deve essere egoista per creare e credersi superiore a quasi tutti. E’ un pò il motore dell’artista per poter creare cose che prima non esistevano. Il maestro è invece tutto il contrario. Sicuramente deve saper ballare bene, però non tutti i milongueri son maestri.
Il buon maestro, insegna l’idioma corporale del tango, è come un buon professore di lingua. Deve educare il corpo tanguero e deve saper camminare, il tango è una danza camminata.
Sono patetiche le coppie che ballano tango nuevo o tango da spettacolo e non sono artisti, è come un bambino che corre senza saper camminare, è assurdo! Non è logico, non c’è la base.
E la base del tango per i maestri come per gli artisti è camminare bene abbracciati (non necessariamente stretti, non sono un fanatico del tango milonguero!), prendere l’energia dal suolo con eleganza, non perdere la verticalità e avanzare nella complessità coreografica, la coreografia infatti non è altro che un camminare complesso. Deve essere generoso e insegnare bene dalla cosa più elementare fino alla più difficile per chi ha talento.
La gente non deve ricevere insegnamenti complessi per ballare su un palco, ma lezioni che lo stimolino a cimentarsi nel ballo in milonga e a tirar fuori le proprie risorse, rendendo semplici le cose difficile, ed eleganti le cose semplici.
Questo fa il maestro.
La conoscenza basica del tango è la maggior garanzia affinchè si costruisca il tango sociale che a sua volta la base affinchè il tango ballato non sia una moda, ma che s’installi globalmente.
Insegnare a ballare un tango anche solo con 4 o 5 passi, ma fatti con eleganza e soprattutto sulla musica e non fare mille coreografie diverse su un brano di due minuti e mezzo!
Questo è il divertimento affinchè il tango sociale sia effettivamente un tango sociale e non solo un eco artistico. Perché l’eco artistico senza il tango sociale non può esistere.
Oggi invece sta succedendo l’esatto contrario, come mai secondo te?
Una difficoltà nel tango attuale che non credo si supererà, è che ci sono molti artisti e non tutti riescono a vivere di solo spettacolo, n’è in europa né in argentina. Il mercato non lo permette. Quindi dove vanno questi artisti? A fare esibizioni nelle milonghe.
Quello che succede oggi nel tango è che la milonga ed i “nuovi” che si avvicinano al tango sono in mano agli artisti perché richiamano molto di più l’attenzione. Le lezioni nella maggior parte dei casi, più che classi effettive per insegnare sono dei mini show, dove si paga uno spettacolo più intimo anzichè una lezione per imparare. Questo accade perché il ballo del tango è tornato alla ribalta negli anni ‘80 con lo spettacolo, attraendo per prime le persone esibizioniste.
Nel tango sociale invece quello che più interessa è l’intimità di ballare con l’altra persona, non il pensiero che ci stanno guardando, anche se un pizzico di esibizione c’è sempre, ma è secondario rispetto al pensiero di abbracciare l’altro. Sono due psicologie diverse: il tango sociale è un tango intimo; il tango dell’artista è un tango da esibizione.
Questa diversità è insita nella società, ci sono persone estroverse ed introverse; persone alte e bassa; persone esibizioniste ed intimiste.
Dopo 20 anni si sta vedendo che questa esibizione neutralizza l’intimità. Milonghe come il Cascabelito o come Impruneta sono fenomeni nuovi. Ora non so dove ci porterà questa evoluzione, quello di cui sono certo è che l’insegnamento è in mano agli artisti e non ai maestri. E questo è un cattivo affare per gli artisti e per il ballo.
L’importante nell’insegnamento è un accademia regolare, che il maestro conosca il corpo dell’alunno, non si può insegnare bene il tango se non si abbraccia l’alunno.
È come se il medico ti cura senza visitarti.
Un maestro deve educare il corpo per il tango, e deve abbracciare, e la maggior parte degli artisti non abbracciano. Questo è pedagogicamente nefasto.
Cosa ne pensi invece del tango nuevo?
La musica elettronica del tango nuevo dice poco, è un fenomeno creativo minore in confronto alla musica degli anni ’40. Il ballo al contrario penso sia una grande creazione della globalizzazione del ballo attuale. E’ differente dal tango salon, milonguero, fantasia. La sua originalità è che rispetta ad oltranza la musica. Ossia i suoi movimenti sono in funzione della musica e non della coreografia. Ovviamente mi riferisco al modo di ballare dei rappresentanti del tango nuevo: Naveira, Frumboli, Sebastian Arce, Ismael Ludman, etc… Rompono l’abraccio però non rompono la musicalità e sono molto creativi coreograficamente, escono dallo schema del tango da scenario, rompono una linearità però non rompono mai con la musica. Chiaro se si balla bene, e per ballare bene il tango nuevo come il tango da scenario devi avere talento e molto lavoro; devi essere un artista insomma in grado di fare movimenti squisiti senza perdere la “tanguedad”. E’ diverso dal tango sociale che è un ballo per tutti.
Quindi possiamo dire che il tango di oggi è in un certo senso “cresciuto”?
Certo, mai si ballò in passato tango allo stesso livello di oggi.
Credi che una coppia come Javier Rodriguez e Geraldine Rojas era comune nel passato?
Io credo che Geraldine sia la Maradona del tango! Ho ballato molto con lei, è una locomotiva che si maneggia come una bicicletta!
È una ballerina superlativa, superlativa! Non c’è stata una coppia negli anni 40 che può aver ballato come questi ragazzi. E come di loro ti posso parlare di altre dieci coppie, minimo.
Il rischio oggi però è che s’installi la confusione tra il tango sociale e il tango artistico nella pista, dove gli esibizionisti credono di ballare bene il tango nuevo e il tango fantasia o di scenario ballando ridicolamente in pista. Questo dovremmo evitarlo, si dovrebbe creare un’atmosfera nella quale si elimina la possibilità che questa perturbazione abbia molta presenza. Che è quello che accade oggi a Buenos Aires, dove la gente che vuole ballare tango nuevo va da un’altra parte, e si fanno milonghe di tango nuevo con quaranta coppie, che tolte alcune, il resto sono ridicole.
Parliamo della musica e del tuo essere musicalizador.
Questo è un altro elemento affinchè si costruisca il tango sociale. Buoni musicalizadores che educhino con la musica. La tradizione argentina passa per Di sarli, D’Arienzo, Troilo e Pugliese (il primo Pugliese per ballare, quello più moderno per l’ascolto o per gli artisti essendo ritmicamente irregolare e quindi difficile da ballare. E’ controproducente usarlo per il ballo sociale!). Io metto solo tandas omogenee e musica ballabile, vecchia o nuova non ha importanza, è questione di gusto, non c’è una canone universale.
Perché secondo te le tandas devono essere omogenee?
Se andavi a ballare nel 1938 dove suonava l’orchestra di Di Sarli, ballavi un Di Sarli “picado” (picchiettato), pa- pa- pa. Quello era lo stile del maestro in quell’anno. Non ascoltavi Bahia Blanca (del ‘59) e poi Retirao (del ‘39), ma ascoltavi l’orchestra come suonava in quel periodo. Quindi una persona che andava a ballare s’incontrava con un ritmo. Non c’era ordine tra milonga, tango e vals, però il modello di ballo durante tutta la notte era lo stesso.
E cos’è una tanda? Esattamente riprodurre questo.
Dato che oggi con i dischi, abbiamo la possibilità di ballare nella stessa serata con decine di orchestre di differenti periodi, è necessario che almeno la tanda sia omogenea. Non posso iniziare con D’Arienzo del ‘35 e passare al D’Arienzo del ‘55 nella stessa tanda, sono 2 musiche diverse. Se suona Di Sarli e ad uno piace una ragazza, va ad invitarla su quella musica, e se terminato il primo tango gli metti De Angelis lo stai frodando!
Chi è per te il milonguero?
Dal punto di vista tecnico il milonguero è un gran artigiano, non un affezionato e neanche un artista. Secondo la mia opinione, il milonguero è un personaggio che nasce nella decade del ‘40, è un personaggio sociale transitorio, come il compadrito.
E’ un prodotto tipico di una epoca. Intorno al compadrito, che costruisce il tango, girano: la prostituta, il negro, l’immigrante e il niño bien (il figlio di papà). Il milonguero è un personaggio della milonga, vive la notte e lavora poco. E’ ormai una specie in via d’estinzione, perché è difficile riprodurre il clima sociale dell’epoca che permise la nascita del milonguero.
Anche se si balla molto oggi, ma dov’è un milonguero in Italia? Dov’è un milonguero in Argentina? Vanno scomparendo. Questo non vuol dire che muore il ballo, come non morì il ballo quando scomparve il compadrito. Il milonguero ballava con tutte le donne e aveva una relazione isterica con esse sessuale o non sessuale. Non erano uomini sposati, o se erano sposati rompevano, perché vivevano della notte. Il suo officio era ballare il tango.
Non avremo allora più milongueri nel XXI secolo?
Io credo di no. Stanno morendo. Non avremo riproduzioni di Tete, di Gavito o di Pupi. Il milonguero ha cose del compadrito, è legato ad una concezione in cui l’uomo predomina sulla donna.
Oggi il tango si evolve, e questo lo devono capire i tradizionalisti che credono che nel 1940 si ballava tango come ora. E’ impossibile, ci sono alcune cose che possono essere simili, ma è un’altra storia, altri giovani, altra relazione tra uomo e donna, ora la donna ha più libertà, lo stile di ballo cambia rispetto al ‘40 dove il dominio dell’uomo sulla donna era asfissiante (non c’era ancora stata la rivoluzione dei costumi degli anni ’60).
Di Andrea De Dominicis e Alberto Valente, pubblicato dalla rivista “El Tanguero”
Gavito è stato un ballerino professionista. E’stato Boy al Teatro Nazionale per quattro anni, ha lavorato con Nelida Roca, Susana Brunetti, “ma quando non ho avuto lavoro ho dovuto lavorare come lavapiatti, all’estero, per dare da mangiare la mia figlia appena nata, e lo farebbe di nuovo perché vale la pena sacrificarsi.”
Lei ha i suoi concetti personali. Come pensa di dover influenzare i nuovi ballerini?
Che pensino un po’ di più dentro di loro e non verso fuori. Non esteriorizzare i sentimenti, che si esteriorizza in modo naturale.
Stanno insegnando male?
Sì, lo dico con tutte le mie parole. Primo, perché la maggior parte ha cambiato la sua professione, che era un’altra, per insegnare il tango, perché al giorno d’oggi il tango è il marketing. Oggi dico, per favore, pensino che è il nostro patrimonio. Sono molto argentino e questo mi fa infuriare. Non ho paura di parlare e di dire le cose apertamente. Non si può degradare il nostro patrimonio, né venderlo. E se lo vendiamo all’estero, facciamolo bene.
Qual è il vero tango…?
O è tango, o non è tango. Mi perdonino i ragazzi giovani, però non credo nei Narcotango, e li cito perché hanno tanto valore musicale che se si fossero dedicati al tango sarebbe stato divino, perché ci sarebbe stata una successione, ma così lo stiamo perdendo, perché vogliono inventare nuovi nomi quando il tango non ne ha bisogno. Lascia stare com’è, inventa qualcos’altro, non lo so… mambo-rambo, che so…
E l’evoluzione…?
Sì, ma all’interno del tango. Non ballo come El Cachafaz e Troilo non suonava come Canaro, c’era un’enorme evoluzione. E anche Piazzolla disse: “Suono musica di Buenos Aires”. Perché si impegnano nel fare musica che non ha il nome di tango e insistono a dargli un ritmo che non è il 2×4? Oramai non si ascolta più il 2×4. E succede anche col ballo.
Ballano male o imparano male?
Ballano bene, hanno molta tecnica, fanno ganci qui, ganci là, un’enorme furia e improvvisamente arriva un assolo di violino e lui abbraccia e bacia la ragazza. Questa è una tremenda falsità! Non puoi darle i pugni e poi baciarla.
Ma ci sono alcuni buoni esempi…
Javier e Geraldine sono un esempio in questa nuova epoca perché nonostante la loro giovinezza, sono adulti, cioè sono maturi.
Chicho Frúmboli?
Sta facendo un tango che non è maturo per lui. Maturò prima e quando ballava Pugliese mi sembrava sensazionale per la sua improvvisazione, la sua creatività è favolosa, ma ora… È una nuova formula, creata da Gustavo Naveira, una gran ballerino ed eccellente coreografo, ma hanno preso una direzione di un tango che non è del sentimento ma del movimento. Ecco perché io non faccio passi, io ballo un sentimento, mi muovo libero, come un passero. Non sono legato alla memoria, perché altrimenti sarei un computer.
E questo è quello che succede con la maggior parte dei ballerini?
Inavvertitamente diventano computer. Non dico che non facciamo movimenti, forme, passi, ma dobbiamo cercare di evitarlo al massimo in modo che non sia la preponderanza del ballo, ma sia più importante ciò che è dentro.
La strada non è il lato coreografico, perché questo è solo memoria, è dove la mente si congela per essere nient’altro che la memoria del movimento e non quello che contiene, che deve essere un sentimento. Qui è dove tutti scappano, dove se ne vanno per la tangente, dove perdono il loro valore. Non ho dubbi che Naveira e Chicho abbiano i loro valori e la loro creatività! Ah, vorrei dire “addormentati e balla”!…come lo senti, ma senza allontanarti dal tango.
Vorrei dire loro: perdonatemi ragazzi, ma se è vero che il tango è un sentimento triste che si balla, vuol dire che è un’emozione e non un movimento. Analizza questo, pensaci, insultami, dimmi quello che vuoi, ma pensaci. Vedrai che non è così sbagliato. Il loro miglior tango quando ballano è quando si vede che non è studiato, non è impostato.
Naveira mi ha detto che gli argentini non sanno cosa sta succedendo con il tango.
È vero. Non è un ballo, forse, per tutti. Non è un ballo che torna ad essere popolare come prima, ma anzi ogni volta diventa più elitario. Perché? Perché è difficile ballarlo.
Fin da “Forever Tango” sono stato sempre il meno applaudito, ma quando finivo di ballare e le persone andavano in bagno a piangere. Ora, cosa preferisci: sentire o sfruttare? Il sentimentalismo è visto come una debolezza, ma va bene, se siamo tutti umani. La faccia da duro la possiamo fare, ma dentro siamo molto deboli. Il sentimento ci distrugge, possiamo morire di tristezza. Non di gioia.
Qual è stato il momento più doloroso della sua vita in milonga?
Ce ne sono molti…vedo ballare male e per me è come un’oscenità. Una mancanza di rispetto per quelli di noi che amano il tango. E differenzio il tango esenario dal tango sociale.
Ha avuto molti amori in milonga?
Sì, moltissimi. A volte era corrisposto, a volte non lo era. A volte era un perdere la testa (cotta). Mi conquistava uno sguardo che poteva essere una carezza. Sono stato sposato due volte con ballerine.
La milonga ha i suoi codici e le sue storie d’amore…
Direi che se vuoi innamorarti e sposarti non devi andare alla milonga. E se sei sposato, devi stare molto attento a non rompere la coppia perché la milonga porta nuove emozioni, molte sensazioni, ci si rende conto di non essere così vecchio, o vecchia, o si genera l’entusiasmo di trovare una persona e dirsi: come può essere che ho perso tanti anni della mia vita e non l’ho incontrata? E lì è pericoloso.
È un gioco e non dovrebbe essere un gioco. Deve essere un sentimento. La cosa bella è andare con la propria moglie, abbracciarla e fingere di aver iniziato la relazione oggi. Questo è l’abbraccio. L’abbraccio è quello che manca alla società.
Ora, è sposato?
No, separato. Ho una figlia, Eva Carolina, di 17 anni, nata in Inghilterra e ora vive in Scozia con sua madre, Helen Cambell, una ragazza molto scozzese. Mi sono quasi sposato con il gonnellino (scozzese), ma poi non me lo sono voluto mettere (sorride).
E la sua prima moglie?
Mirta, diciassette anni sposati, siamo andati in giro per il mondo a ballare tre o quattro volte.
Mi ha parlato della chimica delle coppie prima… questo è un mistero.
Cambiare partner è cambiare modo di vivere e di essere. Ogni volta che cambi partner, cambia la tua personalità. Indipendentemente da fatto che ci si piace, e che sia una relazione di ballo.
Una prova è stata la coppia Margot Fonteyn e Nureyev: li vedevi sul palco ed è stato amore vestito di danza. Con Mirta, avevo la velocità, la forza e la giovinezza, l’entusiasmo, il sacrificio che non mi costava. In seguito, è venuta la mia seconda compagna, Helen – ballerina del Royal Ballet -, fu la serietà, la professionalità. Mi sono costate lacrime insegnarle, perché lei rifiutava il mio stile improvvisato…
Successivamente, Marcelita (Durán) fu un “boom” di chimica, immediato. L’ho incontrata quando avevo una milonga a Londra e lei venne con “Forever Tango”. Per sette anni siamo andati in giro per il mondo. Quella coppia rappresentava l’ambizione di qualcosa che si cerca nella vita e la si trova senza aver bisogno che diventi tale, perché non ha mai avuto l’intenzione di essere qualcosa di diverso dal ballo. Il ballo era molto più forte della relazione personale.
E Maria (Plazaola)?
Tre anni fa ho iniziato a ballare con María. È molto giovane per me, quindi ho dovuto dare al mio ballo un altro aspetto e un altro carattere, e lì è cambiato dalla sensualità e passione che era con Marcela all’ingenuità e alla purezza che c’è con María. L’abbraccio è diverso, lo sguardo. È una donna bellissima, ma vedo che può essere mia figlia. C’è un diverso affetto, è la carezza con la parte esterna della mano. (fa un gesto con la mano)
Perché c’è così tanta divergenza tra i ballerini?
Perché tutti vogliono essere i primi, nessuno è soddisfatto di essere terzo o quarto. E le cose devono venire quando sono meritate, se no, stai falsamente occupando un posto che non ti corrisponde. Quando hanno messo Gavito, numero uno, io mi sono vergognato, perché io non competo. Non sono un concorrente per nessuno. Sono Gavito, niente di più.
Qual è la sua più grande preoccupazione come insegnante?
Ora non sto insegnando passi, sto insegnando a non scontrarsi nella milonga. Fai quello che vuoi, ma non scontrarti, per favore! Perché è spiacevole andare a ballare. E ogni giorno va sempre peggio, a meno che noi insegnanti non diventiamo critici e non smettiamo di insegnare passi che non possono essere fatti nella milonga. Meglio lasciare ganchos e patadas per il palcoscenico.
Uno va alla milonga per divertirsi e non per soffrire. Ci sono ragazze che ti fanno soffrire perché ballano da sole. Non ascoltano la marca, e l’abbraccio è il tango, i piedi il vocabolario.
Immagino che i tuoi problemi di salute avranno influenzato molto la sua vita. Vuole parlare dell’argomento?
Puoi scriverlo perché non mi spaventa. Sono conseguenze della vita, alcuni hanno i denti cattivi, altri reumatismi e, beh, io ho il cancro. Uno di questi è stato rimosso dal mio cervello, è finito e l’altro che l’ho nel mio polmone. Mi costa un po’ ora, e non posso ballare la milonga perché mi agito troppo.
Però guarda Rufino che con un polmone era il miglior cantante di tanghi.
Tutto può essere!… I miei sentimenti sono molto più forti del sapere che ho una malattia terminale.
Guarda, ho 62 anni e dirò due parole: Grazie alla morte che mi ha permesso di vivere così tanto!
Di Silvia Rojas, pubblicato da Alberto Valente
Gestisci Consenso Cookie
Questo sito web utilizza i cookie funzionali non disabilitabili, ma anche cookie a fini statistici come Google Analytics, necessari per offrire un servizio migliore.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.