Ricardo Tanturi – El Caballero del Tango: Il gentiluomo che fece ballare Buenos Aires
C’è un modo di tenere il tempo che non si impara dai libri. Si assorbe nei cortili di Buenos Aires, nelle notti
lunghe dei club di barrio, nell’aria umida del Riachuelo che scivola lungo i confini di Barracas. È lì, in uno
dei quartieri più poveri della capitale argentina, che il 27 gennaio 1905 nacque Ricardo Tanturi — figlio di
immigrati italiani, medico mancato, pianista per vocazione, e infine uno dei direttori d’orchestra più eleganti
dell’Época de Oro del tango.
Il soprannome che lo accompagnò per tutta la vita — El Caballero del Tango — non era un titolo
onorifico vuoto. Era una descrizione precisa di chi era: sobrio nei modi, raffinato nel gesto, capace di costruire
attorno a sé un suono che non urlava, non imponeva, ma invitava. E il pubblico rispondeva sempre.
Le radici: violino, pianoforte e medicina
Crescere a Barracas negli anni Dieci del Novecento significava crescere a contatto con la miseria e con la musica
— spesso le due cose si intrecciavano in modo indistricabile. Il giovane Ricardo cominciò con il violino, studiando
sotto la guida di Francisco Alessio, zio del celebre bandoneonista Enrique Alessio. Ma fu suo fratello Antonio —
pianista e co-direttore dell’Orquesta Típica Tanturi-Petrone — a convincerlo a cambiare strumento e a mettersi
al pianoforte. Una scelta che avrebbe cambiato la storia del tango.
Nel 1924, a soli diciannove anni, Ricardo Tanturi inaugurò la sua carriera artistica: suonava il piano nei club,
nelle feste di beneficenza e alla Loy Radio Nacional — quella che sarebbe diventata la celebre Radio
Belgrano. Ma Tanturi non era il tipo da fermarsi alla musica. Parallelamente, si iscrisse alla facoltà di medicina
e si laureò con ottimi voti. All’università, oltre agli studi, organizzava bande studentesche. Fu proprio lì che
incontrò Juan Carlos Thorry — attore e futuro primo cantante della sua orchestra — e molti dei musicisti che
avrebbero poi animato i suoi palchi.
Questa doppia vita — camice bianco di giorno, pianoforte di notte — racconta qualcosa di fondamentale su Tanturi:
era un uomo di disciplina e di metodo, non un bohémien del tango. E quella disciplina si sarebbe sentita in ogni
battuta registrata.
Los Indios: l’orchestra prende forma
Nel 1933, dopo quasi un decennio di gavetta tra radio e locali, Tanturi compì il passo decisivo: fondò il proprio
sestetto, battezzandolo Los Indios in omaggio a una squadra di polo che ammirava. Il nome rimase
quello di tutte le sue formazioni successive. C’era anche una piccola stranezza rituale che lo accompagnò per anni:
ogni suo concerto si apriva con il tango omonimo — “Los Indios” — composto da Francisco Canaro. Un brano che Tanturi
eseguiva puntualmente ad apertura di ogni serata, ma che non incise mai su disco. Un segreto sonoro riservato solo
a chi era presente in sala.
La formazione si esibiva in cinema e teatri, costruendo gradualmente una reputazione. Nel 1937, l’orchestra effettuò
le prime incisioni discografiche: il debutto fu una versione strumentale di “Tierrita” di Agustín Bardi, seguita da
“A la luz del candil” con Carlos Ortega alla voce. Un esordio discreto, quasi sobrio — in perfetto stile Tanturi.
Il fulmine del 1939: arriva Alberto Castillo
Se c’è un anno spartiacque nella storia dell’orchestra di Ricardo Tanturi, è il 1939. Quell’anno, il maestro decise
di scritturare un cantante che all’epoca si presentava ancora con lo pseudonimo di Alberto Dual — un medico ginecologo
che aveva convinto la famiglia della futura moglie a lasciarla sposare solo grazie al suo titolo accademico, perché
“non si sposa con un semplice cantante di tango.” Si chiamava in realtà Alberto Salvador De Lucca, figlio di
immigrati italiani del quartiere Parque Avellaneda. Il mondo lo avrebbe conosciuto come Alberto Castillo.
La combinazione fu esplosiva, immediata, irripetibile. Castillo portava sul palco qualcosa di completamente nuovo:
gesti esagerati, un’eleganza maschile provocatoria, un senso del ritmo innato, una voce dal timbro scuro capace di
modulazioni straordinarie tra il mezza voce più intimo e l’affondo drammatico più aperto. Non era il
cantante sobrio e impettito del tango tradizionale. Era un personaggio, uno spettacolo in sé — e il pubblico
impazziva.
Tanturi costruì attorno a lui un vestito sonoro su misura: uno stile marcato, staccato, agile,
fondato sul registro grave del pianoforte, con assoli di violini all’unisono nelle sezioni melodiche che conferivano
all’insieme una leggerezza quasi danzante. Non era la complessità orchestrale di Pugliese o la profondità meditativa
di Di Sarli — era qualcosa di più diretto, più corporeo, progettato esplicitamente per i piedi dei ballerini e per
le emozioni viscerali della pista.
Club di quartiere, saloni notturni, i palchi più importanti di Buenos Aires, Montevideo, Mar del Plata, Rosario:
ovunque Tanturi e Castillo si esibissero, il pubblico era strabordante e palpitante. Tra il 1939 e il 1943
registrarono insieme 37 incisioni, molte delle quali sono diventate autentici classici.
“Pocas palabras” (1941), “Así se baila el tango” (1942), “Qué podrán decir” (1943): titoli che ancora oggi
risuonano in ogni milonga del mondo.
La partenza di Castillo e la rinascita con Enrique Campos
Nel 1943, Alberto Castillo lasciò l’orchestra per intraprendere la carriera solista. Fu una perdita reale, che
qualcuno descrisse come irrecuperabile. E in parte era vero: il sodalizio artistico con Castillo era stato qualcosa
di irripetibile, e nessuno avrebbe potuto semplicemente sostituirlo.
Ma Tanturi non si arrese al rimpianto. Trovò un nuovo cantante con caratteristiche completamente diverse:
Enrique Campos, uruguayano, una voce più morbida e comunicativa, uno stile descritto dai critici
come “preoccupato di arrivare al pubblico” — nel senso migliore del termine. Dove Castillo era teatrale e
trascinante, Campos era elegante e confidenziale. L’orchestra si adattò, affinò la propria veste sonora, e il
risultato fu comunque di altissimo livello: con Campos, Tanturi incise 51 brani, un catalogo
ricchissimo che include perle come “La uruguayita Lucía” (1945) e “Soy muchacho de arrabal” (1946).
Campos lasciò la formazione nel 1946, e gli anni successivi videro avvicendarsi altri cantanti — Roberto Videla,
Osvaldo Ribó, Elsa Rivas, Juan Carlos Godoy — senza che nessuno riuscisse a ricreare la magia dei periodi
precedenti. Era il destino comune di quasi tutte le grandi orchestre dell’Época de Oro: le stagioni
irripetibili si chiudono, e restano i dischi a testimoniare ciò che fu.
Lo stile: ballare prima di tutto
La critica musicale ha spesso rimproverato a Tanturi una certa “semplicità” di proposta. È vero: la sua orchestra
non era la più sofisticata sul piano armonico, né quella con gli arrangiamenti più audaci. Ma sarebbe un errore
leggere questa semplicità come un limite. Era una scelta estetica consapevole, quasi una dichiarazione
di poetica.
Tanturi, come D’Arienzo, Biagi e De Angelis, credeva che il tango fosse musica da ballo prima di tutto.
La sua priorità era portare i piedi dei ballerini a muoversi naturalmente, a sentire il ritmo senza doverlo
decifrare, a lasciarsi trasportare dall’orchestra senza sforzo intellettuale. Il suo genio stava nell’integrazione
perfetta tra strumenti e voce: l’orchestra non sovrastava mai il cantante, lo avvolgeva, lo sosteneva, lo esaltava.
Era un equilibrio delicato, e Tanturi lo gestiva con la stessa precisione con cui, presumibilmente, aveva gestito
le sue diagnosi mediche.
Non è un caso che oggi, nel pieno del revival mondiale del tango da ballo, le sue registrazioni siano tra le più
amate nelle milonghe. Funzionano. Funzionavano allora, funzionano adesso.
Gli ultimi anni e il silenzio finale
Nel 1956, Tanturi assemblò la sua ultima grande orchestra — una formazione che includeva musicisti come Armando
Posada al pianoforte, Natalio Berardi al contrabbasso, e una sezione di bandoneón e violini di tutto rispetto.
Ma la stagione d’oro era ormai tramontata. Il tango stava attraversando una crisi profonda, schiacciato dall’avanzata
del rock e della musica commerciale. Dal 1960 al 1966, l’orchestra non incise un solo disco — solo alcuni brani
strumentali eseguiti senza lasciare traccia nei cataloghi ufficiali.
Ricardo Tanturi morì a Buenos Aires il 24 gennaio 1973, tre giorni prima di compiere 68 anni.
Se ne andò in silenzio, come aveva vissuto — con discrezione, senza eccessi. Lasciava dietro di sé un catalogo
di composizioni originali — “Amigos presente”, “Pocas palabras”, “Sollozo de bandoneón”, “Ese sos vos” —
e decine di registrazioni che continuano a far muovere i piedi di chi le ascolta.
L’eredità: un classico che non smette di ballare
Tanturi non è mai stato inserito nel pantheon ristretto dei “grandi” del tango — Pugliese, Di Sarli, Troilo,
D’Arienzo occupano quel posto nella memoria collettiva. Ma c’è qualcosa di interessante in questa posizione
di secondo piano: nelle milonghe di tutto il mondo, la sua musica si balla più spesso di quella di molti
“grandi” ufficiali. Perché funziona sul corpo. Perché arriva prima ai piedi che alla testa. Perché era
esattamente quello che voleva essere.
Il vero lascito di Tanturi non sta nei riconoscimenti critici — sta nella capacità che ha ancora oggi di far
iniziare una milonga con naturalezza, di aprire una tanda in un salão di Buenos Aires o di Modena, di Tokyo o
Berlino, e di portare due persone in abbraccio a muoversi insieme come se il tempo non fosse mai passato.
È una forma di immortalità che molti maestri più celebrati possono solo invidiare.
El Caballero del Tango ha lasciato il palco. Ma la musica è ancora lì, ad aspettarci.
Discografia essenziale
- Pocas palabras (1941) – con Alberto Castillo
- Así se baila el tango (1942) – con Alberto Castillo
- Qué podrán decir (1943) – con Alberto Castillo
- A otra cosa, ché, pebeta (1943) – con Alberto Castillo
- Que me quiten lo bailao (1943) – con Alberto Castillo
- La uruguayita Lucía (1945) – con Enrique Campos
- Soy muchacho de arrabal (1946) – con Enrique Campos
- Muchachos comienza la ronda (1943) – con Enrique Campos