Adriana Varela: la voce che ha sfidato il tango — e l’ha vinto
C’è chi nasce con la voce del tango nel sangue. E c’è chi il tango se lo conquista tardi, a forza di coraggio, di dolore vissuto e di una sensualità che nessuna scuola può insegnare. Adriana Varela appartiene alla seconda categoria — ed è proprio per questo che la sua storia vale la pena di essere raccontata.
Una voce nata ad Avellaneda
Non nasce a Buenos Aires, come si tende a dire per semplicità. Nasce il 9 maggio 1952 ad Avellaneda, sobborgo industriale del Grande Buenos Aires, dove il cemento e il Rio de la Plata si sfiorano senza mai abbracciarsi davvero. Si chiama all’anagrafe Beatriz Adriana Lichinchi — un nome che il palcoscenico avrebbe presto sostituito con qualcosa di più tagliente, più secco, più vero.
Non è una bambina prodigio del tango. Non cresce tra i bandoneon. Arriva alla musica argentina per vie traverse, e quando ci arriva — già adulta, già formata — lo fa con la consapevolezza di chi ha qualcosa da dire e non intende chiedere il permesso per dirlo.
Il suo battesimo pubblico avviene nel 1990 al Café Homero di Buenos Aires, locale storico che ha visto passare tanta Buenos Aires notturna e autentica. È lì che accade l’incontro che cambia tutto: sul suo cammino si presenta Roberto Goyeneche, detto El Polaco, il più grande interprete vocale del tango del Novecento. Goyeneche la ascolta, la riconosce, la prende sotto la sua ala. Diventerà il suo mentore, la sua bussola stilistica, la sua ossessione artistica.
1991: una cassetta che apre un mondo
Nel 1991 esce il suo primo lavoro discografico: Tangos, distribuito in formato cassetta — non ancora un CD, non ancora uno streaming. Solo una cassetta, con la voce aspra e calda di una donna che non chiede di piacere a tutti. Eppure quella cassetta vince il Premio ACE (Asociación de Cronistas del Espectáculo), il riconoscimento più autorevole del mondo dello spettacolo argentino. Il segnale è chiaro fin dall’inizio: questa non è una carriera ordinaria.
1993: Maquillaje e la consacrazione
Due anni dopo arriva l’album che la trasforma in una stella. Maquillaje (1993) è un disco straordinario, non solo per la qualità delle interpretazioni, ma per la compagnia che Varela riesce a riunire attorno a sé. Il pianista Virgilio Expósito — tra i più grandi compositori e interpreti del tango — suona nel brano che dà il titolo all’album. E poi c’è El Polaco in persona: Roberto Goyeneche canta con lei una versione live di Balada Para Un Loco che è, semplicemente, una delle cose più belle che il tango abbia prodotto in quell’era.
Il risultato? Il Premio ACE per due anni consecutivi. Non è un dettaglio: significa che la stessa giuria che l’aveva premiata nel 1991 torna a premiarla, confermando che non era stato un colpo di fortuna. Adriana Varela è già, a quel punto, una voce imprescindibile del tango contemporaneo.
I tradizionalisti all’attacco: il prezzo del successo
Ma ogni ascesa nel tango ha il suo contraltare. E quello di Varela è potente, rumoroso, e per certi versi rivelatore di quanto sia conservatore il mondo del tango quando si tratta di accogliere qualcosa di nuovo.
I puristi la attaccano su tutti i fronti. Dicono che la sua voce grave e declamata è un’imitazione scadente dello stile tardivo di Goyeneche. Dicono che “è più una recitante che una cantante”. La paragonano negativamente a quello che era successo negli anni Sessanta con Julio Sosa: amato dal grande pubblico e dagli outsider del tango, ignorato o disprezzato dai conoscitori più intransigenti.
È un paragone che, a ben guardare, dice più di chi critica che di chi viene criticato. Julio Sosa è oggi riconosciuto come uno dei giganti del tango. E Varela? Mentre i tradizionalisti discutono, il pubblico risponde con 50.000 persone nei Bosques de Palermo.
Gli anni di mezzo: quattro album e un’identità sempre più netta
Tra il 1991 e il 1997 Varela costruisce la sua discografia con una coerenza ammirevole:
- Corazones Perversos (1994) — registrato dal vivo al Teatro San Martín di Buenos Aires, con ospiti d’eccezione come il cantautore uruguaiano Jaime Roos e il pianista Hugo Fattoruso. Un album che porta il tango in dialogo con l’Uruguay, allargando le frontiere del genere.
- Tangos de Lengue – Varela Canta a Cadícamo (1995) — un omaggio al grande poeta del tango Enrique Cadícamo, realizzato in stretto contatto con il maestro stesso. Varela lo descriverà come “la cosa più difficile che abbia fatto in vita mia”: Goyeneche avrebbe dovuto cantarle accanto, ma non era più in condizioni di farlo. Fu Cadícamo stesso a indicare Varela come la sua voce.
- Tango En Vivo (1997) — registrato dal vivo nel giugno 1996 al Teatro Coliseo di Buenos Aires. Diventerà il suo album più venduto di sempre. Chi era ancora scettico, dopo questo disco, ha poco da dire.
50.000 persone nei Bosques de Palermo
Nel 1996 arriva uno di quei momenti che segnano una carriera per sempre. Varela si esibisce insieme a Jaime Roos in un concerto all’aperto nei Bosques de Palermo, il grande parco nel cuore di Buenos Aires. Il pubblico? Cinquantamila persone. Non è un festival rock. È una cantante di tango che riempie un parco come pochi artisti al mondo saprebbero fare. La risposta definitiva a chi la considerava troppo difficile, troppo rauca, troppo politica, troppo tutto.
Il mondo la scopre: dai festival internazionali all’ovazione di Barcellona
Tra il 1996 e il 1998 Varela porta il tango argentino sui palcoscenici internazionali più importanti:
- Al Festival La Mar de Músicas di Cartagena (Spagna), dove il tango incontra il mondo della world music.
- Al Festival di Porto Alegre (Brasile), dove si esibisce per tre notti consecutive al Teatro Festival.
- Al Festival Grec di Barcellona (1998) — qui accade qualcosa di raro. Al termine della performance, il pubblico non smette di applaudire. L’ovazione va avanti per diversi minuti. Non è educazione. È commozione vera.
Nel 1999 arriva un’altra consacrazione internazionale di peso: Quincy Jones la invita a rappresentare l’Argentina al Concert for the Americas. Sul palco, accanto a lei: Paul Anka, Celia Cruz, Liza Minnelli, Rita Marley. Varela è lì, con la sua voce di Buenos Aires, in mezzo ai giganti della musica mondiale.
La BBC, Carlos Saura e il cinema
La sua presenza nel cinema è limitata ma significativa. Nel 1998, il regista spagnolo Carlos Saura — quello di Carmen, quello di Flamenco — girò Tango, uno dei più grandi film mai dedicati al tango argentino. La voce che apre il film, la voce che introduce il pubblico in quel mondo, è quella di Adriana Varela con la canzone “Quién hubiera dicho”. Una scelta non casuale: Saura non cercava una voce decorativa. Cercava una voce che fosse il tango.
Varela compare anche nel film Plata Quemada (Soldi Bruciati, 2000) di Marcelo Piñeyro, dove recita in un ruolo minore e contribuisce alla colonna sonora con “Vida mía”. La BBC, in una recensione, la paragona alla cantante portoghese Mariza nel rapporto con la propria tradizione musicale nazionale — un accostamento che dice tutto sulla statura internazionale che Varela aveva raggiunto.
Bajofondo e l’elettro-tango: nessuna paura del futuro
Mentre i tradizionalisti la contestano per essere troppo moderna, Varela fa un passo ancora oltre: partecipa al progetto Bajofondo Tango Club, il collettivo di produttori e musicisti argentini e uruguaiani che fonde il tango con l’elettronica, il trip-hop, la musica da club. Varela presta la sua voce a brani come “Perfume” e “Mi Corazón”. Non è una concessione al mercato. È la stessa coerenza artistica di sempre: il tango non è un museo, è un organismo vivo.
I riconoscimenti che contano
La critica, alla fine, si allinea alla realtà. Nel 2002 Varela riceve il Premio Carlos Gardel per la Migliore Artista Femminile — il riconoscimento più importante della musica argentina, intitolato al padre fondatore del tango. Nel 2007 arriverà il secondo Carlos Gardel, confermando che non si tratta di un exploit isolato ma di una carriera di altissimo livello sostenuta nel tempo.
La politica: una voce che non abbassa la testa
Adriana Varela non è mai stata un’artista decorativa. Le sue posizioni politiche di sinistra sono esplicite, pubbliche, mai nascoste per convenienza o per paura di perdere qualche spettatore. In un paese come l’Argentina, dove la storia politica è scritta con il sangue, prendere posizione ha sempre un costo. Varela lo sa, lo accetta, lo rivendica. È parte di quell’identità autentica che il pubblico — quello vero, quello che riempie i parchi di cinquantamila persone — riconosce e rispetta.
Una discografia che è una biografia
Guardare la discografia di Varela è come leggere una biografia in musica:
- Tangos (1991) — l’esordio in cassetta, Premio ACE
- Maquillaje (1993) — la consacrazione, Premio ACE due anni consecutivi
- Corazones Perversos (1994) — il tango incontra l’Uruguay
- Tangos de Lengue – Varela Canta a Cadícamo (1995) — l’omaggio più difficile
- Tango En Vivo (1997) — il suo album più venduto
- Cuando El Río Suena (1999) — il debutto internazionale, con la regia artistica di Jaime Roos
- Encaje (2006) — Premio Carlos Gardel l’anno successivo
La carriera non si ferma: nel 2009 esce Docke, nel 2014 il raffinato Adriana Varela y piano con il pianista Marcelo Macri, nel 2017 Avellaneda — un ritorno alle radici geografiche e sentimentali — e nel 2022 Vida Mía, a settant’anni suonati, con la stessa voce di sempre.
Cosa rimane, alla fine
Adriana Varela è la prova vivente che il tango non appartiene a chi lo sorveglia, ma a chi lo abita. Nata in periferia, arrivata tardi, criticata dai custodi dell’ortodossia, scelta da Goyeneche come voce degna del suo passaggio di testimone: la sua storia è quella del tango stesso — sempre scomodo, sempre fuori posto, sempre necessario.
Quella voce bassa, rauca, che sembra uscire direttamente dal pavé di Buenos Aires, non è una moda. È una confessione. E come tutte le confessioni vere, non ha bisogno del consenso di nessuno per essere reale.
“Il tango più difficile che abbia mai fatto mi ha ricordato quanto fosse difficile. Non lo riascolto spesso. Ma so che è quello giusto.”
— Adriana Varela, su Tangos de Lengue