Tangoterapia

Connessione e tango

La Connessione nel Tango: Quella Cosa che Non Si Può Spiegare, Solo Sentire

C’è una parola che ogni tanghero conosce. Una parola che si pronuncia sottovoce, quasi con rispetto, come si farebbe con qualcosa di sacro. Connessione. Chi ha ballato tango per più di qualche mese sa già di cosa si tratta — non perché qualcuno glielo abbia spiegato, ma perché l’ha vissuto. Almeno una volta. E da quel momento in poi, ha smesso di ballare tango per altri motivi: balla solo per ritrovarla.

Ma cosa significa davvero? Proviamo a dircelo chiaramente: non esiste una definizione che regga. Non perché il concetto sia vago o romantico al punto da sfuggire al ragionamento — ma perché appartiene a quella zona dell’esperienza umana che le parole lambiscono senza mai afferrare del tutto. Possiamo però avvicinarci. Possiamo raccogliere le testimonianze di chi l’ha vissuta e costruire, frammento per frammento, qualcosa che assomigli a un ritratto fedele.

Quando due corpi diventano uno

Esiste un’immagine ricorrente tra chi descrive la connessione nel tango: quattro gambe, un solo corpo. Non è una metafora poetica. È la descrizione più precisa che i danzatori siano riusciti a trovare per qualcosa di fisicamente reale. Quando la connessione si stabilisce, il confine tra il proprio corpo e quello del partner sfuma. Il leader pensa un’intenzione — e lei accade, senza produrre, senza forzare. L’informazione scorre in entrambe le direzioni: non è comando e obbedienza, è dialogo. Un dialogo così fluido da diventare, per qualche minuto, pensiero condiviso.

Daniel Trenner, uno dei grandi studiosi del tango, la descrive con questa lucidità: una connessione riuscita è quella in cui l’informazione sostituisce la percezione del due con la consapevolezza dell’uno. Non importa lo stile, non importa l’interpretazione musicale. Quando accade, si danza con la stessa mente.

Prima ancora che la musica cominci

Quello che sorprende molti — e che chi balla da tempo riconosce immediatamente — è che la connessione non nasce con il primo passo. A volte nasce prima. Nel momento in cui lui la riceve tra le braccia, nel momento in cui lei poggia la mano sulla sua schiena e le dita si toccano. Quel contatto iniziale che qualcuno ha descritto come due metà perdute che si ritrovano.

È raro. È molto raro. Ma quando succede — dice chi l’ha vissuto — vale l’attesa di tutte le sere in cui non è successo.

Il paradosso dell’abbandono

C’è qualcosa di controintuitivo nella connessione: si ottiene solo cedendo il controllo. Non completamente, non ingenuamente — ma con quella qualità particolare di fiducia che si chiama abbandono consapevole. Chiudere gli occhi. Lasciare che la musica, il partner e il corpo si fondano in un unico flusso. Sentire il pavimento sparire sotto i piedi, non perché si stia volando, ma perché l’attenzione è altrove: è nella respirazione dell’altro, nel peso che si sposta, nel ritmo che pulsa tra i corpi.

Una danzatrice lo ha descritto con un’onestà disarmante: non era pace, quella che sentiva. Era tensione sessuale e intossicazione. Era la vertigine di sentirsi nuda — vista davvero — nel momento in cui la musica si fermava. E poi il craving: il desiderio immediato, quasi fisico, di tornare in quell’abbraccio.

Ecco perché il tango è, tra le tante cose, anche un oppioide. Crea dipendenza. Non dalla danza in sé, ma da quel momento specifico in cui due sconosciuti si toccano e diventano, per qualche minuto, la cosa più intima che si possa immaginare.

La stranezza bella dei sconosciuti

Uno degli aspetti più paradossali — e forse più belli — della connessione nel tango è che spesso avviene tra estranei. Non tra partner di vita, non tra amici di lunga data. Tra persone che non si conosceranno mai davvero, che non si scambieranno il numero di telefono, che non faranno piani.

Emmeline Chang lo racconta con semplicità: aveva ballato con un uomo per un’intera serata, si era mossa in modi che non sapeva di poter fare, aveva vissuto qualcosa di perfetto. Alla fine, si sono salutati. Non hanno parlato di cose personali. Non si sono più cercati. Non era necessario. Quei momenti erano stati sufficienti. Quei momenti erano stati tutto.

È questa la stranezza meravigliosa del tango: permette un’intimità autentica, profonda, reale — senza bisogno di costruire nulla intorno ad essa. Non è il preludio a qualcosa. È già, in sé, qualcosa di compiuto.

La si può insegnare?

Questa è la domanda che ogni insegnante di tango prima o poi deve affrontare. E la risposta onesta è: non direttamente. Non si insegna la connessione come si insegna un’ochovada o una secada. Ma si creano le condizioni perché possa emergere. Si lavora sull’ascolto del corpo, sulla qualità dell’abbraccio, sull’intenzione nel movimento, sulla presenza — quella vera, non quella di chi sta pensando al passo successivo mentre balla.

La tecnica è il mezzo. La connessione è il fine. E paradossalmente, si arriva al fine solo quando si smette di cercarla e si torna, con umiltà, al mezzo.

Perché torniamo sempre

Chi pratica tango da anni conosce le sere vuote: milonghe in cui si balla bene, forse anche tecnicamente meglio del solito, ma in cui non accade niente di speciale. E poi conosce quelle sere in cui bastano due tanghi con la persona giusta — magari qualcuno mai visto prima, magari qualcuno conosciuto da anni — e tutto cambia. Il mondo si restringe a quell’abbraccio, la musica entra dalla schiena e esce dai piedi, e per qualche minuto non esiste altro.

È per questo che si torna. Sempre. Anche quando si è stanchi, anche quando la settimana è stata difficile, anche quando sembrava di aver smesso. Perché da qualche parte, in fondo, si sa che quella serata potrebbe essere quella. E nessuno vuole perdersi l’appuntamento.

El tango es eso: la búsqueda interminable de ese instante perfecto.
Il tango è questo: la ricerca infinita di quell’istante perfetto.

Abbraccio Tango

L’Abbraccio nel Tango: l’anima di ogni danza

«L’abbraccio si apre e si chiude come un bandoneón.»

C’è una frase anonima che circola tra i tangocheros di tutto il mondo e che, con la sua semplicità, dice tutto. L’abbraccio nel tango non è una posizione tecnica. Non è una “forma”. È un atto vivente, pulsante, che respira con la musica e con il partner. È il luogo dove il tango accade davvero.

Eppure, quante volte lo diamo per scontato? Quante volte ci preoccupiamo di imparare figure, adornos, dissociazioni — e dimentichiamo che tutto comincia e finisce nell’abbraccio?

In questo articolo esploriamo l’abbraccio da ogni angolazione: come si entra, come si sostiene, come si esce. E soprattutto — cosa significa abbracciare davvero.

Entrare nell’abbraccio: il primo atto di fiducia

Il momento in cui due corpi si avvicinano all’inizio di una tanda è già tango. Non è un gesto neutro, meccanico, preparatorio. È il primo dialogo.

Il leader ha una responsabilità precisa: creare un’atmosfera di calma silenziosa prima ancora di muovere il primo passo. Il messaggio non verbale che deve arrivare all’altra persona è questo: vieni da me, e fidati di me. Solo quando il partner si è davvero “posato” nell’abbraccio — fisicamente, non solo formalmente — il movimento può cominciare.

Il maestro Javier Rodríguez usava un’immagine potente nelle sue lezioni: tenete il vostro partner tra le braccia come si tiene un bambino. Non con timidezza, come se potesse cadere da un momento all’altro. Ma nemmeno con una stretta soffocante. Con quella fermezza affettuosa che crea sicurezza, calore, protezione. Il bambino si sente al sicuro. E così il partner.

Questa metafora vale per entrambi i ruoli. Perché anche il follower ha un compito nel costruire l’abbraccio: rilassarsi. Non un rilassamento passivo — il core rimane attivo, l’asse è proprio — ma una qualità di presenza morbida, disponibile, che non oppone resistenza inutile e non trasmette tensione. La tensione, in un abbraccio, si sente immediatamente. È come rumore in una linea telefonica: disturba tutto il resto.

Cosa passa nell’abbraccio: forma versus essenza

Ballare in abbraccio stretto non garantisce connessione. Questo è un punto che molti ignorano — o preferiscono non sentire.

La vicinanza fisica è una condizione necessaria, non sufficiente. Due corpi possono essere petto contro petto e restare estranei. Così come due persone possono ballare a distanza e condividere qualcosa di profondo. La differenza non sta nella geometria dei corpi: sta in quello che si sceglie di dare.

Tina Tangos, insegnante di tango, ha descritto un’esperienza illuminante: ha deciso di abbracciare consciamente ogni partner non come un ruolo da ricoprire, ma come una persona. Con amore reale. Pensando a cosa li univa, ai momenti condivisi, all’affetto genuino. E ogni volta, senza eccezioni, quella qualità di presenza è stata ricambiata alla pari. L’abbraccio si è trasformato. La danza si è trasformata.

Non si tratta di sentimentalismo. Si tratta di intenzione. L’abbraccio racconta chi sei mentre balli. Racconta se sei presente o altrove. Racconta se stai condividendo o stai eseguendo.

La tecnica dell’abbraccio: punti di contatto, connessione, equilibrio

Detto questo, la tecnica esiste — e conta. Perché un abbraccio intenzionalmente bello ma tecnicamente disfunzionale è comunque un limite alla danza.

Il plesso solare, non solo lo sterno

Un errore frequente è concentrarsi sulla connessione allo sterno. Il problema è che questo punto, preso isolatamente, lascia tutto ciò che sta sotto — schiena, fianchi, gambe — in uno stato di vaghezza posturale: la schiena si arrotonda, la testa scivola in avanti, i fianchi si allontanano dal partner e la qualità della conduzione cala drasticamente.

Portare il punto di attenzione qualche centimetro più in basso — al plesso solare — cambia tutto. La colonna si allunga, il collo si decomprime, i fianchi tornano a fare il loro lavoro di base solida. Si crea una separazione funzionale tra testa, torace e bacino che permette maggiore controllo e ampiezza di movimento.

Il braccio destro del leader: basta con l’ala di pollo

Un’altra trappola comune: il braccio destro del leader che si apre lateralmente invece di chiudersi intorno al corpo del follower. Questa posizione crea un vuoto in cui il partner può cadere, produce instabilità nelle camminate e nei passi laterali e genera una qualità di abbraccio aperto e incerto.

La soluzione è estendere il braccio nello spazio tra il costato e l’ascella del follower, in modo che la parte interna del braccio tocchi il suo fianco sinistro. Il gomito si piega in modo che l’avambraccio attraversi la schiena del partner e la mano si appoggi con delicatezza sotto l’ascella destra. Questo crea una connessione solida che mantiene il follower davanti al leader durante le rotazioni e libera spalla e braccio dalla tensione.

Il lato aperto: chiudere il cerchio

Con la connessione al plesso solare e il braccio destro ben posizionato, il lato aperto si chiude naturalmente: la mano sinistra del leader incontra la destra del follower all’altezza giusta — pensate a reggere un piccolo specchio in cui il follower possa vedersi comodamente — senza alzarsi troppo, senza abbassarsi. Il cerchio è chiuso.

I sei stili di abbraccio chiuso: una mappa

Il tango non ha “un” abbraccio. Ha un continuum di posizioni fisiche, ognuna con una propria logica di conduzione, una propria qualità di connessione, un proprio vocabolario di movimento. Ecco una mappa utile per orientarsi.

Stile 0 — Il falso abbraccio chiuso

I corpi sono verticali, i petti si sfiorano appena. La conduzione passa ancora dalle braccia, non dal torace. È, nella sostanza, un abbraccio aperto danzato a contatto. Se elimini le braccia, il dialogo scompare. Non è un vero abbraccio chiuso.

Stile 1 — La conduzione dal petto

I petti non si sfiorano: si toccano con intenzione. Il leader conduce fisicamente con il torace. Le braccia diventano secondarie — utili per le figure complesse, non necessarie per la camminata di base. La forza di conduzione è orizzontale, tra i petti: si intensifica per iniziare il movimento, svanisce per fermarlo.

Stile 2 — Apilado

Appare una nuova forza: un’inclinazione reciproca che unisce i due corpi in uno. Non è peso abbandonato — è una spinta attiva delle gambe dal pavimento che crea un’architettura condivisa. Questo stile richiede una tecnica completamente diversa da quella dell’abbraccio aperto. Le figure cambiano, la sensibilità deve aumentare notevolmente.

Stile 3 — Contatto allo stomaco

Il punto di contatto scende all’area addominale. I movimenti diventano più circolari, le gambe restano più vicine, si aprono possibilità di gioco con le gambe. È uno stile che, paradossalmente, è più difficile da padroneggiare proprio perché il punto di appoggio basso rende il sistema più instabile — come tenere un bastoncino corto in equilibrio su un dito.

Stile 4 — Canyengue e Candombe

Le ginocchia si flettono, i corpi si fondono ancora di più. Il canyengue richiede musica specifica — abbondante nei dischi di Canaro, D’Arienzo, Firpo, Donato, soprattutto tra gli anni ’20 e ’45 — e ha un suo “rimbalzo” caratteristico che va ballato, non ignorato. Il candombe porta tutto ancora oltre: la donna si appoggia al fianco destro dell’uomo, i corpi formano un arco. Le radici africane della musica si sentono anche nei movimenti del bacino.

Stile 5 — Contatto laterale

Paradossalmente, questo stile non sembra un abbraccio chiuso — ma lo è più dello Stile 0. Il contatto si sposta sul fianco: il lato sinistro del corpo del follower (braccio, costato, schiena) diventa la superficie di comunicazione. Questo permette di includere figure tipicamente associate all’abbraccio aperto, mantenendo però una qualità di vicinanza corporea. È la posizione preferita da molti danzatori di tango nuevo.

Abbraccio aperto, abbraccio chiuso: una falsa guerra

C’è un dibattito che ha sprecato — e continua a sprecare — energie infinite nella comunità del tango mondiale: abbraccio chiuso contro abbraccio aperto. Chi balla in close embrace è più “autentico”. Chi balla in open embrace ha più “libertà espressiva”. Chi lo dice in un modo. Chi lo dice nell’altro.

La realtà è più semplice e meno interessante per chi ama le dispute: non c’è un abbraccio superiore all’altro.

L’abbraccio aperto come categoria distinta è, storicamente, un’invenzione dei non-argentini. Quando lo spettacolo Tango Argentino girò il mondo negli anni ’80, molti osservatori stranieri scambiarono il tango da palcoscenico — che apre per necessità i corpi, perché il pubblico deve vedere — per il tango sociale. La distanza tra i partner e il passo indietro, elementi funzionali al teatro, vennero replicati nelle milonghe dove non servivano a nulla.

In Argentina, i milongueros hanno sempre saputo che esiste un solo abbraccio. Che si danza diversamente con D’Agostino rispetto a Pugliese — con Pugliese l’abbraccio si apre leggermente per assorbire la musica più grande — ma si tratta di variazioni su un continuo, non di stili separati e contrapposti.

Quello che conta non è la forma: è la qualità della presenza dentro quella forma.

La fragilità della connessione: quando l’abbraccio si rompe

Tra i leader esiste una tentazione ricorrente: la soltada, la rottura dell’abbraccio per portare il follower in un giro sottobraccia o in una figura “aperta”. Sembra una cosa da poco. In realtà, è molto più impattante di quanto si pensi.

La connessione non è automatica. Non si ripristina da sola appena ci si riabbraccia. È una cosa delicata che si costruisce all’inizio della canzone — nei primi secondi, quando ci si ferma, si ascolta, ci si trova — e si mantiene lungo tutto il pezzo. Spezzarla nel mezzo significa chiedere al follower di uscire dal suo stato di ascolto, fare qualcosa in autonomia, e poi ritrovare da zero quel filo sottile.

Dal punto di vista del follower, quella rottura dice una cosa precisa: ora devi pensare. E il tango, quando funziona, è esattamente il contrario del pensare. È il lasciar andare il pensiero per habitare il corpo.

Alcune figure giustificano questa interruzione? Forse, in certi contesti. Ma è bene sapere cosa si sta interrompendo, e scegliere consapevolmente.

Il finale: come si esce dall’abbraccio

Anche la fine di una canzone è tango. Come ci si separa racconta qualcosa.

Una separazione naturale è reciproca, graduale, rispettosa. Come la fine di una conversazione bella: non la tagli, la lasci chiudersi. Chi lascia cadere l’abbraccio prima che l’ultima nota sia finita manda un messaggio involontario — o forse volontario — che la persona tra le sue braccia era solo uno strumento. Una texture, non un essere.

Tra una canzone e l’altra, nella pausa della tanda, c’è spazio per due persone: scambiare qualche parola, respirare insieme, restare presenti senza aggrapparsi. Non è necessario — né opportuno — restare incollati durante il silenzio tra un pezzo e l’altro. La tanda è una sequenza di danze, non un’unica danza ininterrotta.

Conclusione: abbracciare è scegliere

L’abbraccio nel tango è un atto volontario. Non basta mettersi vicini. Non basta toccarsi. Bisogna scegliere di esserci — davvero, completamente — per il tempo di una canzone.

C’è una quiete dell’anima che rende possibile tutto il resto. Quando riesci a smettere di inseguire la tecnica perfetta, la figura giusta, l’impressione da fare — quando riesci ad abitare l’abbraccio con presenza autentica — il tango smette di essere qualcosa che si esegue e diventa qualcosa che accade.

L’abbraccio è un’isola nel fiume del tempo. Per due minuti e trenta secondi, il mondo fuori non esiste. C’è solo la musica, e la persona che tieni tra le braccia.

Tienila bene.

Riprogrammare la mente con il tango

Tangoterapia, l’altro come specchio di sé

Come riconoscere attraverso il tango e il partner i nostri schemi mentali e come riprogrammare la Mente

Il nostro personale sistema di credenze è formato da tutti gli schemi mentali di base su cui si sorregge la nostra intera esistenza, raccoglie tutto ciò che pensiamo di noi stessi, degli altri, della vita in generale. Sebbene si possa ritenere che tale sistema sia il risultato sensato delle valutazioni tratte dalle esperienze fatte fino ad oggi, è più corretto affermare l’opposto e cioè che le esperienze fatte fino ad oggi siano state causate dal nostro sistema di credenze. Questo è un punto chiave da comprendere se si vuole acquisire padronanza sulla propria esistenza: chi vuole aver successo nella vita (qualunque sia il campo in cui voglia ottenerlo) deve modificare il proprio sistema di credenze.

Il nostro sistema di credenza è come le fondamenta di una casa: sono nascoste alla vista, ma sorreggono l’intera struttura! In effetti ciò che noi vediamo non è mai la realtà, ma solo la nostra interpretazione della realtà. Gli schemi mentali che caratterizzano il nostro sistema di credenze: 1) modificano ed interpretano il vissuto di ogni esperienza che facciamo; 2) sono capaci di creare sempre nuove esperienze che confermano gli assunti in cui crediamo.
Solo modificando questo filtro di percezione/creazione della realtà possiamo cambiare la realtà che andremo a sperimentare. Il problema è che, a livello profondo, siamo terrorizzati dall’idea di modificare i nostri schemi mentali ed è normale che sia così… tali schemi sono ciò con cui ci identifichiamo, cambiarli significa morire e tutto sembra crollare in noi al solo pensiero di modificare tali assunti fondamentali. Eppure sono proprio loro i responsabili delle nostre sofferenze!

Ecco un esperimento che ci aiuta a comprendere meglio come funzioniamo: un barracuda venne messo in un grande acquario di vetro e nutrito periodicamente con piccoli pesci; un giorno l’acquario venne diviso a metà da una lastra di vetro ed i pesci vennero inseriti nella metà opposta a quella del barracuda. Ogni volta che il barracuda voleva cibarsi urtava il vetro; confuso e disorientato continuò per un certo periodo e poi smise ogni tentativo di cibarsi. La sorpresa avvenne nel momento in cui il separatore fu tolto ed i piccoli pesci furono liberi di nuotare ovunque nell’acquario: il barracuda continuava ad ignorarli perché ormai aveva la memoria emozionale di colpire il vetro nel cercare di afferrare i pesci. Il barracuda, quindi, moriva pur nell’abbondanza di cibo!

Quanto è fittizio lo schermo tra noi e i nostri obiettivi?

Gli esseri umani agiscono esattamente come quel barracuda: cessano di provare ad aver successo in qualche campo dell’esistenza solo perché in passato hanno fallito (oppure hanno fallito i loro genitori) e pensano che continueranno a fallire. Questo è l’enorme potere del nostro sistema di credenze, tenuto in vita dalle memorie emozionali negative del passato!

Per cambiare uno schema di pensiero è necessario: 1) prendere atto del pensiero stesso e rendersi conto che ci limita; 2) pulire le memorie emozionali che lo sorreggono; 3) riformulare un nuovo schema di pensiero che andrà alimentato quotidianamente. Se il sistema di credenze è come il pianale di un tavolo, le gambe che lo sostengono sono le memorie emozionali che l’hanno generato; è su di loro che bisogna agire in primis.

Ad es. una credenza limitante connessa al fallimento nella vita (pianale del tavolo) può essere sorretta dalle parole genitoriali che ancora rimbombano nelle orecchie: “Tu non combinerai mai nulla di buono” e/o dalla prima esperienza scolastica dove si è stati derisi e/o dalla sensazione di goffaggine nell’emulare i compagni di gioco (gambe del tavolo).
Adesso vediamo meglio come nasce il sistema di credenze e come è possibile modificarlo!

NASCITA E TRASFORMAZIONE DEL SISTEMA DI CREDENZE

  1. Nascita fisica “in bianco”
    Quando nasciamo la nostra “lavagna psichica” è come se fosse bianca. Anche credendo nella reincarnazione è vero che, di fatto non abbiamo il ricordo delle vite passate. Anche quei bambini che invece se le ricordano, generalmente il ricordo viene perso tra i 2 e i 6 anni.
  2. Irretimento familiare e vittimizzazione
    Durante l’esperienza della nascita (ved. “La prima ferita” di Willi Maurer) e nei primi anni di vita siamo passivi di fronte a persone e situazioni esterne, per cui viviamo gli eventi da una dimensione d’impotenza. E’ il vissuto della vittima, cioè la sensazione interna di essere vittime passive delle esperienze che ci accadono. Tale sensazione potrà perdurare anche tutta la vita se non elaborata. Inoltre, fin dalla nascita, diventiamo preda di schemi di irretimento familiari, cioè di ruoli rigidi che ci vengono assegnati dal sistema familiare in modo inconsapevole, addirittura possiamo assumere su di noi schemi di comportamento appartenuti ad antenati che neppure conosciamo (vedi i principi delle Costellazioni Familiari di Bert Hellinger).
  3. Creazione del copione di vita
    Attraverso gli irretimenti ed i vissuti familiari, nel tentativo di trovare il nostro posto nell’esistenza e di sopravvivere alle circostanze difficili, ecco che sulla nostra lavagna psichica si inizia a creare un sistema di credenze; cioè degli schemi di pensiero che si cristallizzano e che ci forniranno un sistema di riferimento interno per affrontare le circostanze esterne. Ecco che stiamo creando il nostro “copione” di vita! Purtroppo questo copione è spesso colmo di affermazioni limitanti, quali: “La vita è difficile”, “Per guadagnare bisogna faticare”, “Non ci si può fidare degli altri”, “Non me ne va mai bene una”, ecc. Senza un lavoro specifico è possibile che sia mantenuto così com’è per tutta la vita.
  4. Conferma percettiva delle proiezioni esteriori
    Questo copione interiore viene quotidianamente proiettato all’esterno, secondo i principi della Legge di Attrazione e del Reality Transurfing. Per cui, senza accorgercene, non solo creiamo il mondo che ci siamo prefigurati nei primissimi anni di vita, ma andiamo anche ad adottare in modo inconscio tutti i comportamenti atti a confermare le nostre credenze. Alla fine avremo sempre delle precise riprove riguardo alle nostre credenze limitanti e le rafforzeremo sempre di più, perché l’ambiente esteriore diventerà esattamente conforme ad esse, in un modo preciso ed inesorabile. Nel libro “Un corso in Miracoli” (Ed. Armenia) è chiarito molto bene come “la proiezione genera la percezione”, cioè come la proiezione mentale delle aspettative di come sia il mondo, generi effettivamente attorno a noi un mondo corrispondente a tali aspettative e come alla fine, quindi, noi percepiamo ciò che abbiamo creato!
  5. Disagio interiore e malattia
    Un mondo creato sulla base di credenze limitanti, governato dall’inadeguatezza, dal senso di colpa, dalla mancanza e dalla paura (e soprattutto fondato sull’espressione di alcuni aspetti limitati della nostra psiche a completo discapito di tutti gli altri) non può che alimentare continui conflitti e disagi interiori, che a livello fisico arriveranno spesso a manifestarsi sotto forma di malattie. Quando tocchiamo il punto più basso di sopportazione del nostro disagio esistenziale in genere nasce una spinta interiore a rialzarci, a fare un cammino di crescita e di responsabilizzazioni: inizia la Rinascita!
  6. Rimessa in discussione
    Quando niente della realtà esterna sembra più in grado di farci stare bene e di far veramente respirare la nostra Anima, ecco che è il momento di attuare una profonda rimessa in discussione del nostro sistema di credenze. E’ un cambiamento importante, una vera e propria “Morte e Rinascita”, e come tale spaventa, ma… “Per raggiungere un luogo dove non siamo mai stati bisogna camminare su una strada che non abbiamo mai percorso”. Non tutti sono capaci di attuare un cambiamento autentico e molti si fermano già a questo punto per poi ripercorrere i sentieri di sempre. Come afferma Bert Hellinger: “E’ più facile soffrire piuttosto che trovare una soluzione!”. Smesso è necessario farsi aiutare da un terapista per evitare di ricadere nei soliti schemi.
  7. Assunzione di completa responsabilità
    Ed eccoci al tasto veramente dolente: abbiamo finalmente compreso che solo noi siamo responsabili della nostra vita e adesso dobbiamo uscire dal ruolo di vittime per assumere il ruolo dell’adulto maturo e consapevole. Accettazione e Perdono sono gli strumenti privilegiati per uscire dai ruoli vittimistici, sebbene applicarli possa non essere semplice e richieda certamente del tempo.
    E’ importante a questo punto identificare i nostri schemi negativi, poiché sono loro che ci hanno portato a non essere soddisfatti di noi stessi o di ciò che facciamo ed è su di loro che bisogna lavorare. Ma come si può osservare il nostro sistema di credenze, se abbiamo detto all’inizio che è nascosto e “sotterraneo”? E’ più semplice di quanto si creda, basta infatti vedere quali sono i settori della vita in cui non siamo soddisfatti e quali eventi accadono in maniera ricorrente. Incappo sempre nel ragazzo/a sbagliato/a? Allora ho una “dichiarazione limitante” collegata alle relazioni e all’altro sesso. Non ho mai abbastanza soldi? Allora ho una o più credenze limitanti sull’abbondanza e sul denaro. Mi vanno tutte storte? Allora ho un pensiero “castrante” su ciò che mi merito dall’esistenza, e così via…
  8. Riprogrammazione del sistema di credenze
    Per creare un nuovo sistema di credenze bisogna, con pazienza, “fecondare” con nuove convinzioni il piano mentale causale (cioè il livello mentale che causa gli eventi materiali). Per riuscirci correttamente bisogna sia lavorare sulla pulizia delle memorie emozionali negative, sia instillare nuovi circoli emozionali alleggeriti dagli eccessi di pensieri ripetitivi, ossessioni e loop mentali. Per il primo punto sono molto efficaci tutte le tecniche di defusione emozionali o la danza, che riporta il contatto alla parte più profonda, pura e sinceramente positiva delle nostre emozioni e quindi un naturale contatto con il nostro vero sé senza il filtro del pensiero razionale o giudicante.
  9. Verifica dell’efficacia del lavoro interiore
    Giorno per giorno, settimana per settimana, mese dopo mese, i nuovi schemi cominciano a produrre i loro risultati all’esteriore, questo permette di dare fiducia al processo di riprogrammazione, verificando i progressi e facendo anche eventuali correzioni di rotta. Così come il copione dell’infanzia veniva rafforzato ogni volta che la realtà esteriore si confaceva alle nostre aspettative negative, adesso la realtà si plasma positivamente sulla base delle credenze positive alimentate da una corretta riprogrammazione!
  10. Equilibrio psichico e guarigione
    Terminata una intera fase di lavoro su noi stessi otteniamo: maggior equilibrio psichico, armonia e fiducia interiore e spesso anche guarigione a livello fisico!

Liberamente tratto da www.scienzenoetiche.it

Abbraccio per cuore e mente

Tango: un intimo abbraccio che fa bene al corpo e alla mente

Tango: un intimo abbraccio che fa bene al corpo e alla mente

Divertimento e, sottile, implicito lavoro sulla relazione: il tango è anche questo.

Già la tecnica, di per sé, imposta allude simbolicamente ad un modo armonico di stare insieme nella vita: il peso di ogni ballerino è spostato in avanti, nell’incontro con l’altro, e insieme la coppia acquista un suo “asse” o centro di gravità.

L’abbraccio (la posizione delle braccia e dei busti) può variare ma mantiene sempre la coerenza del movimento, della sintonia del muoversi insieme; quando è chiuso, un petto contro l’altro, i due partner si percepiscono meglio l’un l’altro e riescono a muovere i loro piedi più velocemente.

Nell’abbraccio largo (in cui i ballerini si possono allontanare ad una distanza uguale a quella del loro braccio), lo spazio consente una maggiore individualità e un lavoro, dei movimenti più articolati e ricchi sulle proprie gambe.

Nel tango c’è un leader, che conduce: tradizionalmente l’uomo. C’è chi si lascia condurre (si lascia): tradizionalmente la donna. E il bello, anche, è che entrambi sanno esprimere, interpretare, anche l’altro ruolo. Irene Thomas e Larry Sawyer, nel loro libro The temptation to Tango, descrivono il leader come colui che deve saper “condurre con sicurezza e sensibilità” (“la sua direzione è una sorta di argomento persuasivo che presenta al suo partner e per il quale attende una risposta”) mentre chi si lascia condurre deve saper “seguire con sensibilità e sicurezza”.

Tutti questi aspetti fanno del tango non solo un bel divertimento, un modo per passare del tempo facendo movimento al ritmo di una piacevole e dolcemente malinconica musica ma – in estrema sintesi – anche una buona strategia per:

  • misurarsi nella relazione tra maschile e femminile
  • osservarsi nella propria capacità di condurre e lasciarsi condurre
  • abbandonarsi nella fiducia attiva, nella co-costruzione di un percorso
  • imparare a gestire e riconoscere l’alternanza dei ruoli e delle attività
  • vedere la molteplicità delle espressioni possibili
  • percepire la differenza tra vicinanza e contatto e la ricchezza di possibilità espressive e di forza che entrambe le situazioni consentono quando e se si è in sintonia.

Non è poco. Ma più in dettaglio, il tango è un modo “intimo” di avvicinarsi, consente un’intimità che nasce dalla connessione necessaria per ballare insieme in modo armonico. Per questo, interpretato da due persone che stanno insieme nella vita, è perfetto: può aggiungere momenti di forte intensità e romanticismo.

Laurie Hawkes, psicoterapeuta francese che utilizza il tango come terapia, ha osservato che – per la maggior parte delle donne – l’intensità e la qualità delle emozioni provate ballando (in sintonia con un uomo) ha la stessa “tonalità” dell’innamoramento; gli uomini descrivono questa sensazione come “qualcosa di magico”.

Quindi, per chi volesse ballare non con il proprio o la propria partner sentimentale, un’avvertenza: attenzione a non confondere (con altro) le intense e profonde emozioni, piacere e sensualità che il tango di per sè consente.

Ballare il tango regala una nuova vitalità. A livello energetico si può certo dire che sollecita il secondo chakra, il divertimento e il piacere, l’intensità passionale ma ha anche un effetto complessivo rivitalizzante. Il corpo diventa più attraente, più mobile. Non è solo un’impressione: una ricerca, condotta in Brasile sul tango come terapia per la terza età, ha dimostrato come questo danzare aiuti a trascendere le limitazioni fisiche, intellettuali ed emozionali e anche i ruoli convenzionali attribuiti dalla società.

E poi c’è tutto il tema della “resa” (arrendersi in modo attivo, partecipe, volitivo, cosciente): alla musica, alla danza (che vuol dire imparare e lasciarsi fluire con le cose, con quello che accade e le sue variazioni) al maschile e al femminile (che, va ricordato, sono presenti sia nell’uomo che nella donna). Il tango è una buona rappresentazione archetipica della danza tra queste due energie e anche dei ruoli che incarnano.

Così le donne possono sperimentare la possibilità di “abbandonarsi”, il piacere di essere condotte (o la difficoltà a farlo): ed è interessante soprattutto per tutte coloro che, nella vita, devono o hanno scelto ruoli di leadership, di conduzione, che devono cavarsela da sole senza aiuto, perché possono sperimentare anche altre modalità della loro femminilità, nell’”arresa”.

Allo stesso tempo gli uomini possono fare pratica della loro assertività, della loro leadership e collegarsi così in modo non ordinario e profondo ad un maschile accogliente e capace di guidare, che si prende la responsabilità di condurre rispettando e ascoltando l’altro.

All’inizio l’approccio al tango può sembrare ostico e, se lo si impara con il proprio partner sentimentale, potrebbe diventare occasione di piccole tensioni (in questi casi una saggia strategia può essere quella di “adottare” un nuovo compagno-ballerino, fino a che non si sono acquisite le basi) ma non c’è da preoccuparsi: significa solo che il tango comincia a “smuovere” i nostri schemi relazionali (individuali e di coppia), le nostre rigidità acquisite per necessità e assorbite dall’ambiente culturale. Se non diventa un vizio, porterà nuove virtù per sè e nella coppia.

Anna Maria Cebrelli

Tratto da www.greenme.it/

Tango e Parkinson

Tangoterapia, il ballo come ausilio terapeutico per i malati di Parkinson

Tangoterapia, il ballo come ausilio terapeutico per i malati di Parkinson

Il ballo è un’attività che crea molteplici benefici per l’organismo umano. La danza migliora la salute emotiva e mentale in quanto consente alle persone di stare in compagnia e fisica dato che si è in perenne movimento.

Recenti studi hanno evidenziato che il ballo consente a chi soffre di problemi cardiaci di migliorare la salute del proprio cuore e la respirazione. La danza, se praticata con costanza, aiuta anche a perdere peso, aumentare la potenza aerobica, rendimento fisico, flessibilità e forza poichè costringe i muscoli a resistere al peso del corpo.

Oltre ai benefici sopra descritti ballare riduce anche i sintomi della sclerosi multipla e soprattutto del Parkinson. Stando a una ricerca americana il ballo, in particolare il tango argentino, migliora l’equilibrio e facilità i movimenti delle persone affette dal morbo.

Lo studio è stato condotto dal neurologo dell’Università di Washington Gammon M. Earhart per la Parkinson’s Disease Foundation. Lo specialista ha condotto dei test su 52 pazienti affetti da morbo di Parkinson che presentavano notevoli problemi nei propri movimenti. Sotto la supervisione dei ricercatori le persone in questione hanno imparato a ballare il tango attraverso gli insegnamenti di un istruttore.

I membri del team di ricerca americano hanno notato notevoli migliorie nel giro di poco tempo: dai test di verifica è emerso che l’equilibrio dei ballerini era notevolmente migliorato e con esso anche la deambulazione. I pazienti sono stati monitorati per circa un anno e i benefici sono stati molteplici anche nella vita quotidiana. Se prima essi facevano fatica a compiere azioni quotidiane tra cui fare la spesa e lavori domestici ora hanno meno problemi nel farlo.

Il direttore del reparto di Riabilitazione specialistica dell’ospedale Bozzolo di Mantova Francesco Ferraro è rimasto davvero colpito da questa ricerca e dai benefici che il tanto apporta ai pazienti affetti di Parkinson. Per questi motivi il dottore ha deciso di introdurre nella nota struttura ospedaliera mantovana il progetto sperimentale di tangoterapia.

A partire da aprile nella palestra dell’ospedale si tengono delle sedute terapeutiche condotte da specialisti alle quali potranno liberamente partecipare le persone affette da Parkinson. Ad oggi 11 pazienti accompagnati dai loro familiari hanno deciso di prendere parte al corso alle lezioni tenute da un insegnante di ballo volontario della durata di un’ora e mezza che si tengono due volte al mese.

La dottoressa Franca Cavalieri, fisiatra e specialista in malattie reumatiche dell’ospedale di Bozzolo ha spiegato le motivazioni che hanno spinto il personale della struttura ad intraprendere il progetto di tangoterapia: «In danzaterapia il tango è il ballo che ha più documentazione scientifica sulla sua efficacia. L’abbraccio è particolare, accompagna e comunica, in più c’è un notevole rapporto con la terra, una specie di vincolo, si scorre sul terreno e da lì si traggono energie. Di fondamentale importanza c’è anche l’improvvisazione, che stimola gli schemi motori e prevede una grossa comunicazione nella coppia. Tutti aspetti che ad un certo punto migliorano la postura, favoriscono la fluidità dei movimenti e la comunicazione corporea rallentando la progressione delle richieste farmacologiche».

L’iniziativa dell’ospedale Bozzolo è importante e di grande utilità sociale. Le persone affette da Parkinson hanno bisogno di una rete di relazione. Il tango è lo strumento adatto per non farli sentire soli e dar loro il benessere di cui hanno bisogno. Si auspica che progetti simili vengano accolti anche in altre strutture ospedaliere e che la tangoterapia prenda presto piede in tutta Italia.

Eugenio Fiorentino

Tratto da: www.liberopensiero.eu

Ballerini e cervello

Il cervello dei ballerini si sviluppa in modo unico

Danzare in modo professionale modifica la struttura cerebrale: le aree della corteccia motoria e uditiva si sviluppano in modo specifico, promuovendo i processi di memoria e la coscienza di sé.
Volteggiare sulle punte e fare piroette facendosi guidare dalla musica sviluppa il cervello in modo unico: questo è il risultato di uno studio della Cognitive Brain Research Unit dell’Università di Helsinki, nell’ambito delle neuroscienze applicate alla danza, campo di esplorazione ancora giovane ma in rapida espansione.

La ricerca è stata condotta dalla neuropsicologa Hanna Poikonen, che ha indagato la reattività delle diverse aree cerebrali in un gruppo di danzatori professionisti durante la proiezione di video contenenti performance di ballo. I ballerini sono stati sottoposti sia all’ascolto di musica per un tempo prolungato, sia alla continua variazione di generi musicali.

Lo stesso esperimento è stato condotto poi in due gruppi controllo composti rispettivamente da musicisti e da persone comuni, senza alcuna familiarità con la musica. Per realizzare lo studio, il team di ricerca ha messo a punto una nuova tecnica elettroencefalografica utile quando si investigano le dinamiche della corteccia durante l’osservazione della danza e l’ascolto della musica su una scala temporale lunga.

I risultati mostrano come la pratica del ballo agisca sulle strutture cerebrali e le modifichi in modo estremamente specifico. “Sorprendentemente, il cervello dei ballerini reagisce ai cambiamenti improvvisi della musica più velocemente rispetto a quelli dei musicisti professionisti” afferma Poikonen “e questo meccanismo avviene già a livello inconscio, al pari di un riflesso”. Inoltre i ricercatori hanno osservato che il cervello dei danzatori è maggiormente sincronizzato sulle basse frequenze theta, ovvero quelle implicate nelle emozioni e nei processi di memoria, fondamentali per le relazioni interpersonali e la conoscenza di sé.

Esplorando le interazioni che avvengono su vari livelli nelle aree cerebrali coinvolte quando si danza, lo studio conferma dunque come la corteccia uditiva e motoria dei danzatori professionisti si sviluppi in maniera del tutto unica. I risultati ottenuti e la metodica utilizzata potrebbero essere il punto di partenza per la valutazione dell’efficacia e lo sviluppo futuro di terapie complementari legate alla danza e al movimento nel trattamento di patologie quali il Parkinson, la demenza, l’autismo e i disturbi dell’umore.

Tratto da: http://www.unife.it/master/comunicazione

Tango e Psicoanalisi

Il tango? Gli 8 perché è efficace quanto la psicoanalisi

Ramiro va dritto al sodo. Fra un tango e l’altro, a Buenos Aires, è “obbligatoria” una chiacchierata: “Come ti chiami? Di dove sei? (Se sei italiana, poi, è la fine: tutti hanno un parente che viene dal Piemonte o dalla Calabria e ti raccontano la sua storia. Intanto la musica scorre e tu che hai attraversato l’oceano per ballare – e sei tendenzialmente pragmatica – fremi…). Ma Ramiro no: i discorsi convenzionali non gli interessano. “Ho avuto una depressione fortissima, è durata quattro anni, non riuscivo a tirarmi su” racconta. “Poi ho scoperto il tango, ed è stato – in un solo anno – più efficace della psicoanalisi” (che qui va fortissima, peraltro, con il più alto numero di terapeuti pro capite al mondo).

Allora quel pensiero che mi frulla in testa da mesi forse non è infondato. Dimmi come balli, e ti dirò chi sei. Non c’è bisogno di Freud (o di Alexander Lowen) per convincerci che il corpo parla di noi, un corpo in movimento ancora di più, un corpo che danza all’unisono con un altro poi.. Il tango come sostitutivo del lettino dello psicoanalista? E perché no, visto che costa meno, è più divertente e fa pure bene al fisico? In quella “bolla” che è la milonga ci si spoglia della propria identità sociale (si resta anonimi, non conta il prestigio del ruolo o quanto guadagni), ma si rimane alle prese con il nostro vero Io. A patto che si voglia essere sinceri con se stessi, ma questo vale anche per il terapeuta, giusto? Ecco quello che mi viene in mente di getto su cosa “lavorare” per “smascherarsi” (è un po’ un gioco, ma un po’ no. E voi avrete avuto anche altre intuizioni: scriveteci).

    1. Postura. Nella vita di ogni giorno magari non ci fate caso, ma all’occhio del maestro non passerà inosservato: avete le spalle curve, come se portaste tutto il peso del mondo? Siete belli impettiti, ma rigidi? Avanzate con il petto esageratamente in fuori?
    2. Grounding. Ballate peinando el piso – come dovrebbe essere – o siete aerei? Osservate se avete davvero “i piedi per terra”, perché il radicamento rivela la vostra connessione con la realtà.
    3. Relazioni. Vi riesce difficile abbracciare? O, viceversa: abbracciate il partner come fosse una specie di ultima spiaggia? Avete un abbraccio solido e rassicurante oppure molle o soffocante? Attenzione! Fra le altre cose, è la spia del rapporto con il materno.
    4. Sensibilità. Siete capaci di seguire o tendete a imporvi (se follower)? Siete capaci di prendere in mano la situazione e guidare senza indecisioni (se leader)? Più in generale: siete davvero capaci di ascoltare?
    5. Coscienza di sé. In milonga, riuscite a seguire il flusso degli altri ballerini senza intralciare ma senza neppure lasciarvi “rubare lo spazio” dagli altri? E all’interno della coppia, riuscite a rimanere connessi eppure autonomi? Se leader, vi fate usare come attaccapanni da ballerine possedute? Se follower, rimanete stordite dal “bombardamento” di ganci e sacade?
    6. Autoironia. Se sbagliate, ci ridete su o procedete subito a incolpare il partner? Se non siete all’altezza delle VOSTRE aspettative, vi date atto che non siete professionisti e non vi esercitate 8 ore al giorno o vi macerate nel senso di inadeguatezza?
    7. La Rossella O’Hara che è in voi. Se invitate e vi beccate un “no”, incassate senza drammi e “domani è un’altra tanda”, o mettete in discussione la vostra virilità/avvenenza/intelligenza/personalità? Se nessuno vi invita e rimanete una sera sedute a “planchare”, date la colpa alla legge dei numeri (gli uomini – si sa ma non si capisce perché – sono sempre meno) o mettete in discussione la vostra femminilità/avvenenza/intelligenza/personalità? Tornate con la mente a quella festa delle medie in cui faceste tappezzeria? Ecco a voi l’occasione per elaborare le emozioni adolescenziali con la consapevolezza di oggi.
    8. Il narcisismo. Sapere di essere guardati dagli altri milongueros vi fa sentire bene o vi imbarazza? Ve ne fregate e vi gustate il piacere di una camminata o avvertite l’esigenza di “fargliela vedere voi”, lanciandovi in ganchos/sacadas/boleos/adornos come piovesse o in altri fantasiosi numeri da circo? Osservatevi bene: l’eccessiva sicurezza di sé in pista potrebbe nascondere una profonda insicurezza nella vita reale…

Bene! Dopo questa bella seduta di autocoscienza, siete pronti per andare dallo…psicoanalista! 🙂

Tratto da: http://blog.iodonna.it

Tango, meditazione, mindfulness

Tango, mindfulness e psicoanalisi

Una controindicazione c’è. Una: il tango provoca addiction. D’improvviso potreste sparire dai radar di familiari e amici per correre in milonga. «Dà dipendenza pure il jogging (la ripetizione di uno sforzo stimola la produzione di endorfine), figuriamoci un’attività di coppia» spiega il genetista Edoardo Boncinelli. «Dal punto di vista neurofisiologico, poi, bisogna tener conto che alla base c’è la musica, e la musica regala gioia, con il rilascio di dopamina». E in più – si sa – un abbraccio prolungato aumenta l’ossitocina, “l’ormone dell’amore”.

Ma questa danza non garantisce solo vantaggi biochimici e motori: forse all’Unesco, nel 2009, nemmeno immaginavano quanto fosse giusto inserirlo fra i beni immateriali patrimonio dell’Umanità. Voi pensate di ballare, in realtà state anche un po’ meditando, un po’ sciogliendo qualche “nodo interiore”.
«Basandosi sull’improvvisazione, non su sequenze prestabilite, richiede totale connessione con il partner, sincronia: è un veicolo fantastico per coltivare – in azione – la presenza mentale, la consapevolezza» osserva Lorenzo Colucci, presidente e fondatore dell’associazione milanese tempomindfulness, che propone – tra l’altro – un percorso (in cinque classi) di “tango & mindfulness”. Con esercizi quali il farsi condurre a occhi chiusi: «Fondamentale per imparare a fidarsi e affidarsi».

«Questo ballo offre informazioni su di sé, sulla relazione con l’altro. Il che vale, ovviamente, solo per chi ama interrogarsi. Se uno va in milonga per socializzare, benissimo comunque: ne avrà il vantaggio di rivitalizzarsi» nota Daniela Falone, psichiatra e psicoanalista junghiana.«Studiando la tecnica vengono fuori caratteristiche della fisicità che rimandano, in realtà, ad aspetti psicologici».

C’è chi ha le spalle troppo curve e chi sta troppo impettito, c’è chi volteggia aereo senza riuscire a tenere i piedi per terra… Il rapporto a due riserva le maggiori sorprese: uno scopre di non riuscire ad abbracciare, a tollerare la vicinanza fisica, ad “ascoltare” (sia da leader sia da follower)».
Nel 2010 è nata addirittura una nuova disciplina, TangoOlistico®.
Perché “olistico”? E cosa aggiunge, visti i già innumerevoli, positivi “effetti secondari”?
«Riguarda corpo/psiche e raddoppia il potenziale dell’esperienza» chiarisce l’ideatore, Massimo Habib. «Negli incontri di gruppo ognuno sperimenta entrambi i ruoli, quello di chi guida e quello di chi segue, quello attivo e quello recettivo. Come nella vita, in fondo: in alcuni momenti siamo decisionisti, in altri ci abbandoniamo. Unica differenza con la vita: la parte accuditiva in genere è del femminile, mentre qui è il maschio che abbraccia. Insomma: da danza si trasforma in un modello di crescita personale».
Come sono articolati gli incontri? E l’obiettivo finale? «Nella prima metà ci si muove nella musica, senza curarsi dei passi (irrigidirebbe le reazioni). Nella seconda c’è la condivisione verbale. Il tutto per arrivare a una maggiore conoscenza di sé, dell’emotività e apprendere – sembra un paradosso – a condurre la propria vita e a lasciarsi andare alla vita».
Eh, si fa presto a dire: Balliamoci un tango…

Tratto da: http://blog.iodonna.it

Ballare ringiovanisce il cervello

Ballare ringiovanisce il cervello

Che l’esercizio in qualsiasi forma aiuti a combattere il declino delle facoltà fisiche e mentali associate all’avanzamento dell’età non è una novità. Tuttavia non è ancora chiaro quali sono i tipi di esercizio più adatti per contrastare l’invecchiamento. Secondo i ricercatori del German Center for Neurodegenerative Diseases, ballare sarebbe tra le attività più efficaci per rallentare, e addirittura invertire, l’invecchiamento del nostro cervello.

“Nella ricerca, abbiamo mostrato come due diversi tipi di attività fisica, ballare e allenamenti di resistenza, aumentano entrambi l’area del cervello che regredisce con l’invecchiamento,” ha spiegato Kathrin Rehfeld, autrice principale dello studio, pubblicato sul journal Frontiers in Human Neuroscience. La ricercatrice ha però aggiunto che solamente i partecipanti che praticavano la danza come attività fisica hanno presentato alla fine della ricerca notevoli cambiamenti dal punto di vista comportamentale.

Durante lo studio i pazienti, con un’età media di 68 anni, sono stati divisi in due gruppi: il primo doveva seguire una lezione settimanale di danza per 18 mesi, e il secondo un corso di allenamento di resistenza, con la stessa frequenza e durata. Mentre il primo gruppo era stimolato ad imparare qualcosa di nuovo ogni settimana con nuove coreografie e routines, il secondo svolgeva principalmente esercizi ripetitivi, come andare sulla ciclette o camminare con i bastoni.

Dai risultati è emerso che entrambe le attività portavano a un incremento nell’ippocampo, un’area del cervello importante perché, oltre a svolgere un ruolo chiave nel senso dell’equilibrio, nella memoria e nell’apprendimento, è particolarmente colpita dall’invecchiamento, e vulnerabile a malattie quali l’Alzheimer.

“Abbiamo cercato di fornire ai partecipanti del primo gruppo una serie di routine completamente diverse basate su generi musicali diversi,” ha spiegato Rehfeld, “I passi, i movimenti delle braccia, la velocità e il ritmo erano cambiati ogni due settimane per mantenere un continuo processo di apprendimento. La parte più impegnativa era ricordarsi le coreografie sotto pressione e senza l’aiuto degli istruttori”. Secondo i ricercatori, proprio queste sfide sono responsabili per i diversi risultati ottenuti dai partecipanti del primo gruppo che, ad esempio, alla fine dello studio presentavano ad esempio un senso dell’equilibrio assai migliorato.

Rehfeld e colleghi stanno ora cercando di sviluppare dei nuovi programmi di esercizio fisico in grado di massimizzare l’anti-invecchiamento del cervello. “Al momento stiamo lavorando su un nuovo programma chiamato Jymmin, basato su un sistema composto da un sensore in grado di generare suoni basati sull’attività fisica,” ha spiegato Rehfeld, “Sappiamo ad esempio che i pazienti affetti da demenza senile reagiscono bene alla musica. Vogliano combinare i benefici dell’attività fisica e del produrre musica in un trattamento in grado di aiutare i pazienti affetti da demenza.”

Tratto da: www.galileonet.it (fonti: http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fnhum.2017.00305/full)

Tango: un ballo rivelatore

Tango: un ballo rivelatore

Un percorso di crescita personale

Il tango. Una danza, o meglio una cultura che ha superato i limiti del tempo e della sua terra per diventare patrimonio mondiale dell’umanità. Basterebbe riconoscere questo per comprenderne la potenza. Perché il tango coinvolge, appassiona, diviene terapia. È certamente un linguaggio intenso, che per tutte le sue implicazioni emotive e per una magia penetrante che non può spiegarsi, attrae o respinge in maniera totale chi si affaccia curioso al suo mondo. Come dice il Maestro Carlos Ochoa, che in questa cultura è nato e cresciuto «Il tango è semplice. Siamo noi umani ad essere complessi», riferendosi a quelle dinamiche importanti che si generano tra chi balla. Di fatto non è il tango che causa emozioni e giochi come la gelosia, la passione, la malinconia, lo struggimento, la competitività e tutti quei luoghi comuni che la fantasia popolare gli ha attribuito nel tempo…. Bensì rivela e mette a nudo ciò che in animo già esiste, spogliandoci delle sovrastrutture e spingendoci alla verità, tanto da renderci parodia di noi stessi quando non siamo disposti a riconoscerla, o da aiutarci nel nostro percorso di crescita personale.

Il corpo non può mentire

Il tango è una forma di comunicazione in cui è impossibile mentire, proprio perché il suo mezzo d’elezione è il corpo. Se infatti nella vita di tutti i giorni possiamo scegliere con cura e strategia le parole da pronunciare per determinare il senso di un nostro messaggio, sul corpo non potremo mai avere totale controllo. La comunicazione non verbale ha di fatto una sua autonomia rispetto alla nostra volontà. Noi mentiamo, il nostro corpo no.
Nel tango quindi non si finge. Possiamo studiare, migliorare la tecnica e lo stile, imparare la gestione delle energie e delle emozioni che stimola, ma il pregio di questa danza è che esalta la nostra natura e la nostra originalità, costringendoci ad essere autentici. Non siamo di certo noi a possedere i movimenti, ma i movimenti ad essere l’epifania di chi siamo nella vita, mostrando all’esterno qualcosa che spesso ci preoccupiamo di celare. Comunque siamo, in pista il nostro modo di pisar, cioè di calpestare il suolo, come la nostra postura, lo rivelano al partner di ballo come a chiunque ci osservi danzare.

Un connubio perfetto tra corpo e mente

Eppure non stiamo trattando di una danza istintiva, ma di un connubio perfetto di corpo e mente, fatto di regole di comportamento e di un galateo speciale, attraverso cui il corpo rivela la sua intelligenza, essendo sempre adeguato al qui ed ora, la mente, se non serena e allineata, crea disagi, rivelando la nostra vulnerabilità, incidendo sulla qualità del movimento, ma offrendoci così anche l’opportunità di fare un buon lavoro interiore per superare i nostri limiti e riequilibrare noi stessi. Quando balliamo in una condizione di malessere, i pensieri influenzano l’esito dei passi e del rapporto che istauriamo con l’altro. La qualità dell’energia si perde, impedendo quella naturalezza e quella fluidità che il corpo per natura conosce, se non lo ostacolassimo con le nostre insicurezze.

Una relazione stretta… lunga un ballo

Il tango certamente ci fa incontrare l’altro, portandoci a lavorare subito sulla relazione. Non è così facile abbracciare un estraneo e condividere in armonia lo spazio intimo delimitato dall’abbraccio che creiamo… Quella ricerca continua di armonia che induce due individui a trovarsi per il tempo breve della loro danza, nel tentativo di rendere i loro due corpi un essere unico. Ed è storia antica quanto il genere umano, così come raccontava Platone nel mito dell’ermafrodito, descrivendoci il dramma della scissione di quella creatura perfetta, punita per essersi troppo insuperbita e diventata due metà sempre spinte dall’anelito al ricongiungimento.

Nella mitologia classica, Armonia è figlia di Afrodite ed Ares, dea dell’amore e dio della guerra. Pertanto solo quando riusciamo a riconoscere in noi sincronicamente l’esistenza di queste due parti e ad onorarle, possiamo costituire un nostro equilibrio e vivere in buona relazione, prima di tutto con noi stessi e poi con l’altro. Questo ci insegna il tango. A trovare in noi e non nell’esteriorità la nostra Bellezza, attraverso la disciplinata e impegnativa ricerca di una corretta postura, che diventa una metafora della nostra condizione interiore, poiché se non abbiamo una buona postura, non abbiamo equilibrio, siamo precari nei movimenti e naturalmente perdiamo grazia. Se da questa prospettiva onoriamo una Afrodite consapevole, che ci mostra come Bello non è immagine ma è soprattutto Buono, il contributo di Ares diventa prezioso nel farci ricontattare una sana aggressività. Quell’energia di base, vitale, che serve a farci percepire il diritto naturale di occupare uno spazio e di trovare la nostra collocazione anche in rapporto al prossimo.

Fidarsi di sè e del proprio corpo

Ma armonia significa prima di tutto aprire il cuore, all’altro certamente, a se stessi in primis, perché per ballare un tango occorre fidarsi di sé, del proprio corpo e del proprio sentire e quindi implica conoscerci bene e lavorare per conseguire una coscienza del nostro centro. Così, come nella vita, anche nel tango il prossimo è fondamentale e diventa il nostro specchio. Un maschile e un femminile che ballano cercando sincronicità, complicità e Bellezza, costituiscono la perfetta metafora di quelle parti logica e analogica che esistono in noi e che tentiamo continuamente di accordare. Il partner di ballo, con cui condividiamo uno spazio ristrettissimo, ci porta a scoprire sempre qualcosa di noi. Ogni stimolo, ogni risposta che da lui ci proviene è un rimando fisico ed energetico a chi siamo e a come stiamo, al di là delle nostre convinzioni, quindi autentico. Nel tango diamo voce al dissidio profondo tra come ci percepiamo e come siamo davvero e, attraverso la pratica, possiamo costruire un’immagine veritiera di noi stessi, del nostro corpo, dello spazio e del tempo proprio grazie alla relazione obbligata con l’altro. È dunque una dimensione relazionale che ci offre la possibilità di correggere quelle percezioni distorte che sviluppiamo inconsciamente rispetto a noi stessi, spesso con lo scopo di proteggerci dai dolori della vita o come conseguenza delle ferite ricevute.

Una danza sublime

La vita, come il tango, è una danza sublime, dove a ritmi e melodie diverse corrispondono opportunità differenti di interpretare. Non si balla qualsiasi brano con lo stesso passo o colore, con la stessa intenzione o emozione. Non si balla con tutti con la stessa energia.
Questa potente danza ci educa all’autonomia. Quando un uomo invita a ballare una donna, entrambi per il galateo del tango sanno che il dialogo corporeo e psichico che andranno a istaurare durerà il tempo di una tanda, sequenza di quattro brani. Una tanda diventa pertanto una relazione in cui c’è un grande impegno e impiego di energie, sapendo che tutto terminerà lì, alla fine dell’ultima nota. Tendere ad un pathos, senza riversare sul compagno di quel ballo le nostre vulnerabilità, i bisogni, i desideri o le aspettative non è semplice, soprattutto quando stiamo condividendo un abbraccio stretto, ma non dobbiamo portare peso all’altro o esserne dipendente, lezione utile anche alla gestione dei rapporti nel quotidiano. Ogni passo è un atto a sé. Merita il massimo investimento, poiché andrebbe compiuto e goduto come se a seguito non esistesse nulla. Eppure è il presupposto della qualità di ciò che costruiremo a seguire, massima esemplificazione del qui ed ora. Nessuna impazienza, nessuna fretta. Ballare il tango ci rende dipendenti o liberi a seconda della nostra volontà di imparare a gestire con consapevolezza corpo ed emozioni. Non deve indurci ad un desiderio di fusione, ma al piacere di accrescere la nostra Presenza e il proposito di condividerne i doni con chi sta ballando con noi.

Tratto da: http://www.karmanews.it