milonga

Connessione e tango

La Connessione nel Tango: Quella Cosa che Non Si Può Spiegare, Solo Sentire

C’è una parola che ogni tanghero conosce. Una parola che si pronuncia sottovoce, quasi con rispetto, come si farebbe con qualcosa di sacro. Connessione. Chi ha ballato tango per più di qualche mese sa già di cosa si tratta — non perché qualcuno glielo abbia spiegato, ma perché l’ha vissuto. Almeno una volta. E da quel momento in poi, ha smesso di ballare tango per altri motivi: balla solo per ritrovarla.

Ma cosa significa davvero? Proviamo a dircelo chiaramente: non esiste una definizione che regga. Non perché il concetto sia vago o romantico al punto da sfuggire al ragionamento — ma perché appartiene a quella zona dell’esperienza umana che le parole lambiscono senza mai afferrare del tutto. Possiamo però avvicinarci. Possiamo raccogliere le testimonianze di chi l’ha vissuta e costruire, frammento per frammento, qualcosa che assomigli a un ritratto fedele.

Quando due corpi diventano uno

Esiste un’immagine ricorrente tra chi descrive la connessione nel tango: quattro gambe, un solo corpo. Non è una metafora poetica. È la descrizione più precisa che i danzatori siano riusciti a trovare per qualcosa di fisicamente reale. Quando la connessione si stabilisce, il confine tra il proprio corpo e quello del partner sfuma. Il leader pensa un’intenzione — e lei accade, senza produrre, senza forzare. L’informazione scorre in entrambe le direzioni: non è comando e obbedienza, è dialogo. Un dialogo così fluido da diventare, per qualche minuto, pensiero condiviso.

Daniel Trenner, uno dei grandi studiosi del tango, la descrive con questa lucidità: una connessione riuscita è quella in cui l’informazione sostituisce la percezione del due con la consapevolezza dell’uno. Non importa lo stile, non importa l’interpretazione musicale. Quando accade, si danza con la stessa mente.

Prima ancora che la musica cominci

Quello che sorprende molti — e che chi balla da tempo riconosce immediatamente — è che la connessione non nasce con il primo passo. A volte nasce prima. Nel momento in cui lui la riceve tra le braccia, nel momento in cui lei poggia la mano sulla sua schiena e le dita si toccano. Quel contatto iniziale che qualcuno ha descritto come due metà perdute che si ritrovano.

È raro. È molto raro. Ma quando succede — dice chi l’ha vissuto — vale l’attesa di tutte le sere in cui non è successo.

Il paradosso dell’abbandono

C’è qualcosa di controintuitivo nella connessione: si ottiene solo cedendo il controllo. Non completamente, non ingenuamente — ma con quella qualità particolare di fiducia che si chiama abbandono consapevole. Chiudere gli occhi. Lasciare che la musica, il partner e il corpo si fondano in un unico flusso. Sentire il pavimento sparire sotto i piedi, non perché si stia volando, ma perché l’attenzione è altrove: è nella respirazione dell’altro, nel peso che si sposta, nel ritmo che pulsa tra i corpi.

Una danzatrice lo ha descritto con un’onestà disarmante: non era pace, quella che sentiva. Era tensione sessuale e intossicazione. Era la vertigine di sentirsi nuda — vista davvero — nel momento in cui la musica si fermava. E poi il craving: il desiderio immediato, quasi fisico, di tornare in quell’abbraccio.

Ecco perché il tango è, tra le tante cose, anche un oppioide. Crea dipendenza. Non dalla danza in sé, ma da quel momento specifico in cui due sconosciuti si toccano e diventano, per qualche minuto, la cosa più intima che si possa immaginare.

La stranezza bella dei sconosciuti

Uno degli aspetti più paradossali — e forse più belli — della connessione nel tango è che spesso avviene tra estranei. Non tra partner di vita, non tra amici di lunga data. Tra persone che non si conosceranno mai davvero, che non si scambieranno il numero di telefono, che non faranno piani.

Emmeline Chang lo racconta con semplicità: aveva ballato con un uomo per un’intera serata, si era mossa in modi che non sapeva di poter fare, aveva vissuto qualcosa di perfetto. Alla fine, si sono salutati. Non hanno parlato di cose personali. Non si sono più cercati. Non era necessario. Quei momenti erano stati sufficienti. Quei momenti erano stati tutto.

È questa la stranezza meravigliosa del tango: permette un’intimità autentica, profonda, reale — senza bisogno di costruire nulla intorno ad essa. Non è il preludio a qualcosa. È già, in sé, qualcosa di compiuto.

La si può insegnare?

Questa è la domanda che ogni insegnante di tango prima o poi deve affrontare. E la risposta onesta è: non direttamente. Non si insegna la connessione come si insegna un’ochovada o una secada. Ma si creano le condizioni perché possa emergere. Si lavora sull’ascolto del corpo, sulla qualità dell’abbraccio, sull’intenzione nel movimento, sulla presenza — quella vera, non quella di chi sta pensando al passo successivo mentre balla.

La tecnica è il mezzo. La connessione è il fine. E paradossalmente, si arriva al fine solo quando si smette di cercarla e si torna, con umiltà, al mezzo.

Perché torniamo sempre

Chi pratica tango da anni conosce le sere vuote: milonghe in cui si balla bene, forse anche tecnicamente meglio del solito, ma in cui non accade niente di speciale. E poi conosce quelle sere in cui bastano due tanghi con la persona giusta — magari qualcuno mai visto prima, magari qualcuno conosciuto da anni — e tutto cambia. Il mondo si restringe a quell’abbraccio, la musica entra dalla schiena e esce dai piedi, e per qualche minuto non esiste altro.

È per questo che si torna. Sempre. Anche quando si è stanchi, anche quando la settimana è stata difficile, anche quando sembrava di aver smesso. Perché da qualche parte, in fondo, si sa che quella serata potrebbe essere quella. E nessuno vuole perdersi l’appuntamento.

El tango es eso: la búsqueda interminable de ese instante perfecto.
Il tango è questo: la ricerca infinita di quell’istante perfetto.

Abbraccio Tango

L’Abbraccio nel Tango: l’anima di ogni danza

«L’abbraccio si apre e si chiude come un bandoneón.»

C’è una frase anonima che circola tra i tangocheros di tutto il mondo e che, con la sua semplicità, dice tutto. L’abbraccio nel tango non è una posizione tecnica. Non è una “forma”. È un atto vivente, pulsante, che respira con la musica e con il partner. È il luogo dove il tango accade davvero.

Eppure, quante volte lo diamo per scontato? Quante volte ci preoccupiamo di imparare figure, adornos, dissociazioni — e dimentichiamo che tutto comincia e finisce nell’abbraccio?

In questo articolo esploriamo l’abbraccio da ogni angolazione: come si entra, come si sostiene, come si esce. E soprattutto — cosa significa abbracciare davvero.

Entrare nell’abbraccio: il primo atto di fiducia

Il momento in cui due corpi si avvicinano all’inizio di una tanda è già tango. Non è un gesto neutro, meccanico, preparatorio. È il primo dialogo.

Il leader ha una responsabilità precisa: creare un’atmosfera di calma silenziosa prima ancora di muovere il primo passo. Il messaggio non verbale che deve arrivare all’altra persona è questo: vieni da me, e fidati di me. Solo quando il partner si è davvero “posato” nell’abbraccio — fisicamente, non solo formalmente — il movimento può cominciare.

Il maestro Javier Rodríguez usava un’immagine potente nelle sue lezioni: tenete il vostro partner tra le braccia come si tiene un bambino. Non con timidezza, come se potesse cadere da un momento all’altro. Ma nemmeno con una stretta soffocante. Con quella fermezza affettuosa che crea sicurezza, calore, protezione. Il bambino si sente al sicuro. E così il partner.

Questa metafora vale per entrambi i ruoli. Perché anche il follower ha un compito nel costruire l’abbraccio: rilassarsi. Non un rilassamento passivo — il core rimane attivo, l’asse è proprio — ma una qualità di presenza morbida, disponibile, che non oppone resistenza inutile e non trasmette tensione. La tensione, in un abbraccio, si sente immediatamente. È come rumore in una linea telefonica: disturba tutto il resto.

Cosa passa nell’abbraccio: forma versus essenza

Ballare in abbraccio stretto non garantisce connessione. Questo è un punto che molti ignorano — o preferiscono non sentire.

La vicinanza fisica è una condizione necessaria, non sufficiente. Due corpi possono essere petto contro petto e restare estranei. Così come due persone possono ballare a distanza e condividere qualcosa di profondo. La differenza non sta nella geometria dei corpi: sta in quello che si sceglie di dare.

Tina Tangos, insegnante di tango, ha descritto un’esperienza illuminante: ha deciso di abbracciare consciamente ogni partner non come un ruolo da ricoprire, ma come una persona. Con amore reale. Pensando a cosa li univa, ai momenti condivisi, all’affetto genuino. E ogni volta, senza eccezioni, quella qualità di presenza è stata ricambiata alla pari. L’abbraccio si è trasformato. La danza si è trasformata.

Non si tratta di sentimentalismo. Si tratta di intenzione. L’abbraccio racconta chi sei mentre balli. Racconta se sei presente o altrove. Racconta se stai condividendo o stai eseguendo.

La tecnica dell’abbraccio: punti di contatto, connessione, equilibrio

Detto questo, la tecnica esiste — e conta. Perché un abbraccio intenzionalmente bello ma tecnicamente disfunzionale è comunque un limite alla danza.

Il plesso solare, non solo lo sterno

Un errore frequente è concentrarsi sulla connessione allo sterno. Il problema è che questo punto, preso isolatamente, lascia tutto ciò che sta sotto — schiena, fianchi, gambe — in uno stato di vaghezza posturale: la schiena si arrotonda, la testa scivola in avanti, i fianchi si allontanano dal partner e la qualità della conduzione cala drasticamente.

Portare il punto di attenzione qualche centimetro più in basso — al plesso solare — cambia tutto. La colonna si allunga, il collo si decomprime, i fianchi tornano a fare il loro lavoro di base solida. Si crea una separazione funzionale tra testa, torace e bacino che permette maggiore controllo e ampiezza di movimento.

Il braccio destro del leader: basta con l’ala di pollo

Un’altra trappola comune: il braccio destro del leader che si apre lateralmente invece di chiudersi intorno al corpo del follower. Questa posizione crea un vuoto in cui il partner può cadere, produce instabilità nelle camminate e nei passi laterali e genera una qualità di abbraccio aperto e incerto.

La soluzione è estendere il braccio nello spazio tra il costato e l’ascella del follower, in modo che la parte interna del braccio tocchi il suo fianco sinistro. Il gomito si piega in modo che l’avambraccio attraversi la schiena del partner e la mano si appoggi con delicatezza sotto l’ascella destra. Questo crea una connessione solida che mantiene il follower davanti al leader durante le rotazioni e libera spalla e braccio dalla tensione.

Il lato aperto: chiudere il cerchio

Con la connessione al plesso solare e il braccio destro ben posizionato, il lato aperto si chiude naturalmente: la mano sinistra del leader incontra la destra del follower all’altezza giusta — pensate a reggere un piccolo specchio in cui il follower possa vedersi comodamente — senza alzarsi troppo, senza abbassarsi. Il cerchio è chiuso.

I sei stili di abbraccio chiuso: una mappa

Il tango non ha “un” abbraccio. Ha un continuum di posizioni fisiche, ognuna con una propria logica di conduzione, una propria qualità di connessione, un proprio vocabolario di movimento. Ecco una mappa utile per orientarsi.

Stile 0 — Il falso abbraccio chiuso

I corpi sono verticali, i petti si sfiorano appena. La conduzione passa ancora dalle braccia, non dal torace. È, nella sostanza, un abbraccio aperto danzato a contatto. Se elimini le braccia, il dialogo scompare. Non è un vero abbraccio chiuso.

Stile 1 — La conduzione dal petto

I petti non si sfiorano: si toccano con intenzione. Il leader conduce fisicamente con il torace. Le braccia diventano secondarie — utili per le figure complesse, non necessarie per la camminata di base. La forza di conduzione è orizzontale, tra i petti: si intensifica per iniziare il movimento, svanisce per fermarlo.

Stile 2 — Apilado

Appare una nuova forza: un’inclinazione reciproca che unisce i due corpi in uno. Non è peso abbandonato — è una spinta attiva delle gambe dal pavimento che crea un’architettura condivisa. Questo stile richiede una tecnica completamente diversa da quella dell’abbraccio aperto. Le figure cambiano, la sensibilità deve aumentare notevolmente.

Stile 3 — Contatto allo stomaco

Il punto di contatto scende all’area addominale. I movimenti diventano più circolari, le gambe restano più vicine, si aprono possibilità di gioco con le gambe. È uno stile che, paradossalmente, è più difficile da padroneggiare proprio perché il punto di appoggio basso rende il sistema più instabile — come tenere un bastoncino corto in equilibrio su un dito.

Stile 4 — Canyengue e Candombe

Le ginocchia si flettono, i corpi si fondono ancora di più. Il canyengue richiede musica specifica — abbondante nei dischi di Canaro, D’Arienzo, Firpo, Donato, soprattutto tra gli anni ’20 e ’45 — e ha un suo “rimbalzo” caratteristico che va ballato, non ignorato. Il candombe porta tutto ancora oltre: la donna si appoggia al fianco destro dell’uomo, i corpi formano un arco. Le radici africane della musica si sentono anche nei movimenti del bacino.

Stile 5 — Contatto laterale

Paradossalmente, questo stile non sembra un abbraccio chiuso — ma lo è più dello Stile 0. Il contatto si sposta sul fianco: il lato sinistro del corpo del follower (braccio, costato, schiena) diventa la superficie di comunicazione. Questo permette di includere figure tipicamente associate all’abbraccio aperto, mantenendo però una qualità di vicinanza corporea. È la posizione preferita da molti danzatori di tango nuevo.

Abbraccio aperto, abbraccio chiuso: una falsa guerra

C’è un dibattito che ha sprecato — e continua a sprecare — energie infinite nella comunità del tango mondiale: abbraccio chiuso contro abbraccio aperto. Chi balla in close embrace è più “autentico”. Chi balla in open embrace ha più “libertà espressiva”. Chi lo dice in un modo. Chi lo dice nell’altro.

La realtà è più semplice e meno interessante per chi ama le dispute: non c’è un abbraccio superiore all’altro.

L’abbraccio aperto come categoria distinta è, storicamente, un’invenzione dei non-argentini. Quando lo spettacolo Tango Argentino girò il mondo negli anni ’80, molti osservatori stranieri scambiarono il tango da palcoscenico — che apre per necessità i corpi, perché il pubblico deve vedere — per il tango sociale. La distanza tra i partner e il passo indietro, elementi funzionali al teatro, vennero replicati nelle milonghe dove non servivano a nulla.

In Argentina, i milongueros hanno sempre saputo che esiste un solo abbraccio. Che si danza diversamente con D’Agostino rispetto a Pugliese — con Pugliese l’abbraccio si apre leggermente per assorbire la musica più grande — ma si tratta di variazioni su un continuo, non di stili separati e contrapposti.

Quello che conta non è la forma: è la qualità della presenza dentro quella forma.

La fragilità della connessione: quando l’abbraccio si rompe

Tra i leader esiste una tentazione ricorrente: la soltada, la rottura dell’abbraccio per portare il follower in un giro sottobraccia o in una figura “aperta”. Sembra una cosa da poco. In realtà, è molto più impattante di quanto si pensi.

La connessione non è automatica. Non si ripristina da sola appena ci si riabbraccia. È una cosa delicata che si costruisce all’inizio della canzone — nei primi secondi, quando ci si ferma, si ascolta, ci si trova — e si mantiene lungo tutto il pezzo. Spezzarla nel mezzo significa chiedere al follower di uscire dal suo stato di ascolto, fare qualcosa in autonomia, e poi ritrovare da zero quel filo sottile.

Dal punto di vista del follower, quella rottura dice una cosa precisa: ora devi pensare. E il tango, quando funziona, è esattamente il contrario del pensare. È il lasciar andare il pensiero per habitare il corpo.

Alcune figure giustificano questa interruzione? Forse, in certi contesti. Ma è bene sapere cosa si sta interrompendo, e scegliere consapevolmente.

Il finale: come si esce dall’abbraccio

Anche la fine di una canzone è tango. Come ci si separa racconta qualcosa.

Una separazione naturale è reciproca, graduale, rispettosa. Come la fine di una conversazione bella: non la tagli, la lasci chiudersi. Chi lascia cadere l’abbraccio prima che l’ultima nota sia finita manda un messaggio involontario — o forse volontario — che la persona tra le sue braccia era solo uno strumento. Una texture, non un essere.

Tra una canzone e l’altra, nella pausa della tanda, c’è spazio per due persone: scambiare qualche parola, respirare insieme, restare presenti senza aggrapparsi. Non è necessario — né opportuno — restare incollati durante il silenzio tra un pezzo e l’altro. La tanda è una sequenza di danze, non un’unica danza ininterrotta.

Conclusione: abbracciare è scegliere

L’abbraccio nel tango è un atto volontario. Non basta mettersi vicini. Non basta toccarsi. Bisogna scegliere di esserci — davvero, completamente — per il tempo di una canzone.

C’è una quiete dell’anima che rende possibile tutto il resto. Quando riesci a smettere di inseguire la tecnica perfetta, la figura giusta, l’impressione da fare — quando riesci ad abitare l’abbraccio con presenza autentica — il tango smette di essere qualcosa che si esegue e diventa qualcosa che accade.

L’abbraccio è un’isola nel fiume del tempo. Per due minuti e trenta secondi, il mondo fuori non esiste. C’è solo la musica, e la persona che tieni tra le braccia.

Tienila bene.

Follower Tango

Seguire Non Basta: Il Ruolo Attivo della Donna nel Tango

Per anni il tango ha raccontato una storia a senso unico: lui guida, lei segue. Ma questa narrazione è sempre stata incompleta — e i migliori ballerini lo hanno sempre saputo.

Il mito della seguace passiva

Chiunque si avvicini al tango per la prima volta riceve più o meno lo stesso messaggio: l’uomo conduce, la donna segue. Punto. È una semplificazione che ha radici storiche reali — fino alla fine degli anni ’90, il ruolo femminile nel tango era concepito principalmente come decorativo e reattivo — ma che nel 2024 suona tanto antiquata quanto inesatta.

La verità è che il tango non è un monologo con accompagnamento. È un dialogo. E in un dialogo, se una delle due persone tace sempre, non stai ballando con qualcuno: stai ballando su qualcuno.

La domanda non è se la donna debba avere un ruolo attivo. La domanda è: come lo esercita — e perché farlo male è peggio che non farlo affatto.

Essere attiva non significa fare adornos a raffica

Qui casca l’asino. La partecipazione attiva della donna viene spesso confusa con un’esplosione di decorazioni: boleos lanciati a caso, ganchos non richiesti, piedini che disegnano arabeschi mentre il partner non sa ancora dove andrà il prossso passo.

Questo approccio ha tre difetti gravi:

Primo: per fare un adorno, sposti l’attenzione dall’abbraccio ai piedi. E nel momento in cui la tua mente scende alle caviglie, la connessione con il partner si spezza. Stai smettendo di ascoltare proprio nel momento in cui dovresti essere più ricettiva.

Secondo: gli adornos abbondanti richiedono equilibrio impeccabile. Quante volte vediamo seguaci che si appoggiano al partner — scaricando su di lui un peso che non ha offerto — mentre contemporaneamente muovono i piedi con frenesia? È contraddittorio sul piano fisico, ed è sgradevole da guardare e da vivere dall’interno.

Terzo, e più sottile: concentrarsi sulle decorazioni occupa esattamente lo spazio mentale e corporeo che servirebbe per fare la cosa davvero interessante — partecipare alla costruzione della danza attraverso il dialogo nell’abbraccio.

Un adorno al momento giusto, scelto con intenzione musicale, vale mille adornos meccanici. La dose fa il veleno.

Allora cosa significa essere davvero attiva?

Significa capire che il tango funziona come uno scambio di energia, non come una catena di comandi. Il leader inizia un’energia, la propone — non la impone. La seguace la riceve, la interpreta e la restituisce colorata dalla propria musicalità, dal proprio peso, dalla propria presenza corporea.

La seguace che ha capito questo non assorbe l’energia del partner annullandola, né la amplifica in modo esagerato alterando il flusso della guida. La tiene viva, la coltiva, la fa rimbalzare indietro arricchita.

In termini pratici, questo significa lavorare su livelli che sono quasi invisibili dall’esterno ma fondamentali dall’interno:

  • Il respiro: modificarlo cambia la densità dell’abbraccio in modo che un leader sensibile percepisce immediatamente.
  • Il tono muscolare: essere né molli né rigide, ma presenti — come un arco teso, pronto.
  • Il peso del passo: posare il piede quando senti che è il momento musicale giusto, non solo quando sei spinta a farlo.
  • La qualità dell’abbraccio: avvicinarsi o allontanarsi leggermente è già un’affermazione, una risposta, una proposta.

Tutte queste cose si fanno nell’abbraccio, non al di fuori di esso. Non si eseguono sul proprio corpo come se il partner non ci fosse: si trasmettono attraverso il contatto fisico come messaggi in un codice che solo voi due, in quel momento, conoscete.

La seguace che sa guidare

C’è un livello ancora più avanzato, che quasi nessuno insegna esplicitamente: la seguace può, in certi momenti, proporre al leader come muoversi. Non è back-leading — che è forzare il movimento senza che il partner lo sappia o lo voglia. È qualcosa di più sofisticato: creare nell’abbraccio un’intenzione così chiara e musicalmente motivata che il leader la sente, la riconosce, e la accoglie.

Per farlo bene, però, bisogna conoscere entrambe le parti. Una seguace che ha anche imparato a guidare capisce dall’interno come il partner sta costruendo il movimento — e sa quindi quando e come inserire la propria voce senza spezzare il discorso comune. È come conoscere la grammatica di una lingua prima di permettersi di giocare con le sue eccezioni.

La difficoltà reale è che la maggior parte dei leader non è preparata a gestire una seguace attiva a questo livello. Non perché siano “cattivi ballerini”, ma perché non ci sono abituati. Reagire alla proposta della seguace in tempo reale — in frazioni di secondo, mentre si naviga la pista, si interpreta la musica e si costruisce il passo successivo — è genuinamente una delle cose più difficili del tango. Richiede un leader che sia disposto ad essere, anche lui, un ascoltatore.

Il leader deve imparare a seguire

Eccolo, il punto che scomoda: il tango al suo meglio non è “lui conduce e lei segue”. È un sistema di scambi così rapidi e continui che i ruoli si invertono e si sovrappongono decine di volte in ogni tanda.

Ogni volta che il leader propone un movimento e poi aspetta la risposta della seguace prima di decidere il passo successivo, sta seguendo. Ogni volta che modifica la propria intenzione in base a come la seguace ha risposto — perché lei ha trovato un accento musicale che lui non aveva visto, o perché il suo peso richiedeva un tempo diverso — sta seguendo.

Il leader che sa davvero ascoltare non danza da solo in un abbraccio. Danza con. E quella differenza, che dall’esterno può sembrare sottile, è la differenza tra un tango meccanicamente corretto e uno che lascia il segno.

Come ha scritto la ballerina e insegnante Hyla Dickinson di un’esperienza straordinaria in pratica: stava tentando così tanto di trovare il senso musicale delle scelte del suo partner da rifiutarsi inconsciamente di fare movimenti non musicali — e così, paradossalmente, lo stava costringendo a essere più musicale. Alla fine della tanda lui le disse: “Ho cercato per tutto il tempo di farti ballare in modo non musicale, e non ci sono riuscito.” Questo è dialogo. Questo è tango.

Tecnica prima di tutto: la base che rende possibile tutto il resto

Niente di quanto detto sopra è possibile senza una solida base tecnica. Non si può “sentire” il partner se si è costantemente impegnati a non cadere. Non si può proporre un’intenzione musicale se la propria stabilità dipende dal suo sostegno.

Il ginocchio di appoggio leggermente piegato, il peso sul mesopiede, il passaggio fluido da una gamba all’altra senza “cadere” nel passo ma “scivolare” verso di esso: sono dettagli che sembrano meccanici ma che hanno una funzione profonda. Abbassano il centro di gravità, stabilizzano, liberano l’attenzione dai piedi verso l’abbraccio — dove succede la vera danza.

Ecco perché molti insegnanti consigliano di non fare adornos per i primi uno o due anni. Non è snobismo. È realismo: finché la tecnica non è abbastanza solida da essere automatica, ogni risorsa mentale e fisica deve andare a costruirla. Gli adornos vengono dopo. La connessione viene prima.

Una danza che trasforma chi la balla

Quando la seguace smette di pensare al tango come a una serie di comandi da eseguire correttamente, e comincia a viverlo come una conversazione in cui la sua voce ha peso, qualcosa cambia profondamente nel modo in cui abita la danza — e nel modo in cui gli altri ballano con lei.

La ballerina e insegnante Carole McCurdy racconta di aver scoperto in una serata che ogni partner, anche i meno tecnici, aveva qualcosa di bello da offrire — non nonostante le sue eccentricità o limitazioni, ma attraverso di esse. Quella scoperta non cambiò i suoi partner. Cambiò lei. Cambiò il modo in cui entrava nell’abbraccio.

È forse la cosa più difficile da insegnare nel tango, e anche la più importante: non si tratta di eseguire passi. Si tratta di abitare l’incontro.

In sintesi: cosa fa davvero una grande seguace?

Non una lunga lista di tecniche, ma un principio solo: è presente. Fisicamente radicata, musicalmente attenta, emotivamente aperta. Né passiva né prepotente. Risponde, propone, ascolta, sorprende — sempre dentro l’abbraccio, sempre in dialogo.

Il leader migliore che tu abbia mai incontrato non ti ha portata. Ti ha invitata. E la seguace migliore che lui abbia mai incontrato non ha eseguito. Ha risposto.

Quella risposta, precisa, musicale, viva — è l’arte del seguire.

Tango Leader

Cosa rende grande un leader nel tango

Esistono domande che sfidano la saggezza di ogni epoca. Questioni che i filosofi hanno eluso, che i saggi hanno aggirato con metafore e che i guru del tango continuano a dibattere con la stessa intensità con cui si discuteva dell’armonia delle sfere celesti. Tra queste: cosa rende davvero grande un leader nel tango?

Non è una domanda tecnica. O meglio: lo è solo in parte, e questa è già la prima trappola in cui cade chi inizia a ballare.

Chi frequenta le milonghe da abbastanza tempo avrà incontrato almeno una volta quella particolare categoria di uomini: tecnicamente ineccepibili, repertorio sterminato di figure, postura da manuale — eppure le donne li ringraziano con un sorriso cortese e tornono sedute con un certo senso di sollievo. E avrà incontrato anche l’altra categoria: passi semplici, abbraccio imperfetto, nessuna sacada, nessun volcada — eppure le stesse donne tornano a sedersi con gli occhi chiusi, un sorriso involontario sulle labbra, come chi si è appena svegliato da un sogno bellissimo.

Il divario tra questi due tipi di leader non si misura in anni di studio. Si misura in qualcosa di molto più difficile da acquisire, e molto più facile da perdere quando ci si distrae.

La resa: il paradosso del leader che segue

Il primo malinteso sul ruolo del leader è questo: che il suo compito sia condurre nel senso militare del termine — decidere, imporre, dirigere. In realtà, ogni grande leader del tango conosce un segreto che solo l’esperienza può rivelare: prima di poter guidare qualcuno, bisogna arrendersi a quella persona.

Non si tratta di una metafora romantica. È una necessità tecnica travestita da gesto poetico.

Nel momento dell’abbraccio iniziale, il leader magistrale non sta già pensando a quale figura aprirà la tanda. Sta invece compiendo qualcosa di molto più delicato: sta calibrando. Sente la postura della compagna, armonizza il respiro, percepisce il livello di tensione nelle sue spalle, valuta la sua disponibilità fisica ed emotiva. Solo dopo questa “stretta di mano spirituale” — come la chiama la danzatrice Johanna Siegmann — il ballo può davvero cominciare.

Il paradosso è ben descritto dal maestro Armando: “seguire la donna”. Non nel senso di lasciarle il controllo, ma di piazzarsi nel punto esatto dell’intersezione tra i due corpi, guidando attraverso la presenza del proprio corpo piuttosto che attraverso la forza delle braccia. Non un muro contro cui la compagna sbatte per cambiare direzione, ma — come scrive Johanna — “un caldo vento del sud”.

Chi insegna tango da anni lo sa: i leader che “spingono e tirano” sono legioni. I leader che invitano sono rari come tartufi bianchi.

La musicalità non è ornamento: è struttura

C’è un errore concettuale che molti ballerini — anche avanzati — commettono per anni senza rendersene conto: confondere l’improvvisazione con la libertà dalla musica.

Improvvisare nel tango non significa fare ciò che si vuole quando si vuole. Significa costruire un dialogo spontaneo all’interno di una struttura musicale precisa. Il leader che ignora la musica — che fa passi veloci, lenti, complicati, pause, senza alcuna connessione con ciò che suona l’orchestra — obbliga la sua compagna a seguire in modalità robot: non può anticipare nulla, non ha nessun riferimento, è perennemente in ritardo su tutto.

La musica, invece, è lo spartito condiviso. Quando il leader la segue, la segue anche la follower — non perché gli occhi possano sentire la melodia, ma perché il corpo del leader la traduce in movimento, e quel movimento diventa leggibile. È la differenza tra parlare una lingua e balbettare suoni casuali.

E c’è qualcosa di più profondo ancora: i leader che non sanno ascoltare la musica, quasi invariabilmente, non sanno nemmeno ascoltare la loro compagna. L’ascolto, nel tango, è una facoltà unitaria. O si allena in tutto, o si atrofizza in tutto.

Il corpo parla prima delle gambe

Alberto Gesualdi, insegnante di tango con decenni di esperienza, descrive un episodio apparentemente banale: sta praticando gli ochos con una ragazza di 17 anni. Qualcosa non funziona. Lei perde l’equilibrio, affretta i passi. Alberto analizza la situazione e capisce immediatamente il problema: stava muovendo le gambe aspettandosi che la compagna lo seguisse. Ma le gambe non conducono. Il petto conduce.

Questa è forse la lezione tecnica più importante per un leader alle prime armi — e anche per molti leader intermedi che credono di averla già imparata: il movimento parte dal busto, dall’intenzione del petto e delle spalle. Le gambe eseguono ciò che il torso ha già dichiarato. Se questa gerarchia si inverte, la comunicazione si spezza.

E una volta che il busto ha comunicato l’intenzione, il compito del leader non finisce: deve seguire la donna nell’esecuzione del movimento, incontrarla con il proprio corpo, mantenersi allineato senza aprire le spalle — perché il momento in cui i corpi si separano è il momento in cui il dialogo tace.

Pensare il tango o danzare il tango

Michael Ditkoff pone una distinzione che molti insegnanti evitano perché mette a disagio: pensare il tango contro danzare il tango.

Il leader che “pensa” il tango esegue figure. Le esegue bene, magari, con precisione e pulizia tecnica. Ma le esegue nonostante la musica, non grazie ad essa. E la sua compagna, anche quando tecnicamente lo segue, lo fa in modo meccanico — perché il leader non le ha dato altro che meccanica.

Il leader che “danza” il tango si muove sulla musica. Dà la propria anima alla compagna. Sa che a volte la cosa più potente che possa fare è fermarsi — restare immobile per qualche battuta, lasciare che l’anticipazione si accumuli come pressione prima di uno scoppio. Mirella, ballerina di Florida citata da Ditkoff, lo descrive bene: certi momenti di stasi heighten the anticipation — alzano il livello del desiderio di movimento in modo quasi insopportabile. E quando il movimento arriva, ha un peso completamente diverso.

Il pensiero, nel tango, è il nemico della presenza. Non scompare mai del tutto — il leader deve comunque navigare la pista, evitare collisioni, gestire lo spazio — ma deve essere relegato alla periferia della coscienza, non al suo centro.

La presenza emotiva vale più del repertorio

Naomi Bennett racconta di un leader che balla da soli dieci mesi. Niente figure complesse, solo camminate e close embrace. Eppure le follower più esperte — donne che hanno ballato con Fabian Salas, Gustavo Naveira, Chicho Frumboli — si complimentano sinceramente con lui. Una di loro, insegnante con sette anni di esperienza, gli dice semplicemente: “sei così presente con me”.

Questa testimonianza è scomoda per chiunque stia investendo anni e denaro nell’acquisire tecnica. Ma è onesta. La presenza emotiva — l’attenzione genuina alla persona che si tiene tra le braccia, la capacità di farle sentire che lei, in quel momento, è l’unica cosa che esiste — produce un’esperienza di ballo che nessuna figura, per quanto elaborata, può replicare.

Come scrive Wendy Brown in risposta alla testimonianza di Naomi: “Quale donna non vorrebbe essere tenuta tra le braccia di un uomo che ha lei nella mente e la musica nel cuore?”

La risposta è: nessuna. Nessuna donna rifiuterebbe questo. Ed è esattamente questo il punto.

Il tango è interno

TangoPilgrim — nome da blog di un danzatore che ha attraversato anni di illusione tecnica prima di capire — descrive un momento di svolta che molti ballerini riconosceranno come familiare, almeno nella sua struttura emotiva.

Aveva postura migliore di molti. Camminate più eleganti. Eppure vedeva altri uomini — meno belli da guardare, meno precisi nei movimenti — circondati da donne che aspettavano con impazienza di ballare con loro. Non capiva. Si sentiva truffato.

Poi, una sera d’estate in una milonga all’aperto, con la musica di Chris Spheeris come sottofondo, con una compagna su sandali con plateau su assi di legno irregolari, accade qualcosa. Non guidò un ocho. Non fece niente di tecnico. Si abbracciarono. Camminarono. Un passo. Poi un altro. Respirarono insieme.

Lei gli disse che non si era sentita così da molto tempo.

E lui, finalmente, cominciò a capire.

Il tango è interno. Sacada, volcada, boleo, abbraccio aperto, abbraccio fluido: tutto questo è esterno. Esattamente come non serve un repertorio di posizioni acrobatiche per raggiungere la connessione più profonda con un’altra persona, non serve un catalogo infinito di figure per raggiungere lo stato di grazia nel tango.

Juan Carlos Copes — uno dei grandi maestri del tango argentino — lo ha detto con la chiarezza asciutta dei veri saggi:

Lo más difícil del tango es hacerlo fácil.
Lo más difícil del tango es caminarlo.
Lo más difícil del tango es sentirlo y demostrar lo que se siente.

La cosa più difficile del tango è renderlo semplice.
La cosa più difficile del tango è camminarlo.
La cosa più difficile del tango è sentirlo e mostrare ciò che si sente.

L’arte della rivelazione lenta

Sallycat — autrice e milonguera — descrive con precisione chirurgica i comportamenti dei leader che ama di più. Non cita la tecnica. Non cita le figure. Cita: il mistero, l’abbraccio, la pausa, la slow reveal, la cortesia, il colpo di scena finale.

La “rivelazione lenta” merita attenzione particolare. Un leader che ha davvero capito il tango non arriva alla prima tanda con un curriculum da sfoggiare. Inizia semplice. Ascolta. Sente come risponde la compagna, il suo grado di rilassamento, il suo livello di fiducia, la sua tecnica. E solo gradualmente — come un musicista che introduce un tema variandolo appena — rivela la propria danza, il proprio carattere, le proprie sorprese musicali.

Questo approccio non è generosità romantica. È strategia intelligente: una compagna che non si sente mai in errore, che non viene mai forzata oltre le proprie capacità, che non è mai lasciata indietro — questa compagna si apre. Si fida. E quando si fida davvero, diventa capace di cose che non sapeva di poter fare.

Il leader che invece arriva con tutto il suo arsenale tecnico già dal primo otto-cuentas sta fondamentalmente ballando con se stesso. La donna è un accessorio scenico. E le donne lo sanno sempre, anche quando sorridono per educazione.

Il vizio del palcoscenico solitario

Steve Morrall, insegnante di tango, identifica con precisione il difetto più comune nei leader di livello intermedio: ballare da soli dentro un abbraccio. Eseguire sequenze mentalmente, concentrati sul proprio schema motorio, con la compagna ridotta a variabile secondaria del sistema.

È comprensibile. È il risultato naturale di una certa fase dello sviluppo tecnico: l’uomo deve prima interiorizzare i propri movimenti prima di poter estendere la propria consapevolezza attraverso il corpo della compagna. Ma è anche la trappola in cui molti rimangono bloccati per anni — o per sempre.

La soluzione non è tecnica. È contestuale: non portare in milonga niente che non sia già completamente automatico. Non sperimentare mosse nuove su una pista sociale. Testare prima, in sala prova, un elemento semplificato; se funziona, aggiungere gradualmente complessità. La pista è per danzare, non per fare prove costume.

Kieron Taylor aggiunge il corollario inevitabile: il leader che in workshop ha “capito” la mossa nuova e poi la porta in milonga, dove la compagna — non avendo frequentato lo stesso workshop — non risponde come previsto. E invece di lasciar perdere, insiste. Forza. Ripete. Il saggio, invece, lascia andare. Torna a ciò che funziona. La milonga non è il momento della dimostrazione: è il momento del dono.

Il regalo

Sallycat chiama la cosa con un nome preciso: il regalo. Un dono che le donne danno ai leader nel momento dell’abbraccio — qualcosa di intraducibile, qualcosa che ha a che fare con la fiducia, la resa, l’apertura totale. Un regalo prezioso che, una volta assaporato, un leader non riesce più a smettere di cercare. Che lo terrà a ballare, in cerca di quella grazia, fino all’ultimo giorno.

I grandi leader lo sanno. Sanno che il tango non è uno sport individuale con una compagna aggiuntiva. È un atto di creazione condivisa in cui entrambi i corpi scompaiono per qualche minuto in qualcosa di più grande di entrambi.

E quando succede — quando davvero succede — lo si riconosce da una cosa sola: nessuno dei due vuole che la musica finisca.

Principi della fiducia nel tango

I Principi Aurei della Fiducia nel Tango

Smetti di Scusarti: 5 Verità sul Tango che Trasformeranno la Tua Fiducia in Pista

Introduzione

Per ogni ballerino di tango, specialmente all’inizio, la pista da ballo (la “milonga”) può essere un luogo quasi terrificante. Tutti desideriamo apparire eleganti e sicuri, ma temiamo di essere scoperti come inesperti. La paura di sbagliare, di non essere all’altezza del partner o di sembrare goffi può rubarci il piacere della connessione, che è il vero cuore del tango.
E se ti dicessi che gran parte di questa ansia si basa su presupposti completamente sbagliati? Esistono alcuni “principi d’oro”, delle verità controintuitive, che possono cambiare radicalmente la tua prospettiva. Il fatto che questi principi si applichino persino ai ballerini più avanzati dovrebbe farci riflettere tutti e permetterci di entrare in pista con meno trepidazione.
In questo articolo, sveleremo cinque di queste sorprendenti verità. Comprendendole, non solo ti sentirai più sicuro, ma potrai finalmente concentrarti su ciò che conta davvero: il piacere del ballo.

Le Verità Rivelate del Tango

1. L’imbarazzo iniziale con un nuovo partner è la norma, non l’eccezione
L’aspettativa comune, ma errata, è che un ballo con un nuovo partner debba “funzionare” perfettamente fin dalla prima canzone. In realtà, quasi sempre accade il contrario. È raro che due persone che non hanno mai ballato insieme trovino una sintonia immediata.
Come regola generale, sono necessarie diverse canzoni prima che due ballerini riescano a comprendere il sottile linguaggio non verbale l’uno dell’altro e a ballare in modo fluido. L’amara ironia è che spesso la connessione migliore arriva proprio alla fine della tanda. A volte, possono essere necessarie diverse serate di ballo per arrivare a quel punto. Ricorda: se ballare con una persona nuova ti sembra strano o impacciato, è perfettamente normale. Non è un segno di incompetenza, ma una parte naturale del processo di conoscenza in pista.
2. Se non “funziona” con un ballerino esperto, non sei tu il problema
Immagina questa scena: vedi in pista un leader o una follower chiaramente di grande esperienza. Finalmente, arriva il tuo turno, ma il ballo è un disastro. Errori, incomprensioni, un senso di confusione. Il tuo primo pensiero è: “Visto che lui/lei è così bravo/a, la colpa deve essere mia”.
Assolutamente no. È fondamentale capire che il tango, come qualsiasi interazione umana, non sempre funziona. Questo mentore ha avuto balli meravigliosi con principianti di due settimane e, al contrario, balli goffi con maestri di tango. Il motivo? Con alcune persone c’è più chimica, con altre meno. Una mancanza di connessione non è un giudizio sulla tua abilità, ma semplicemente il risultato dell’incontro tra due persone specifiche, in quel preciso momento.
3. L’errore è condiviso (e va bene così)
Mettiamolo in chiaro: tutti — ma proprio tutti! — commettono errori. Anche i ballerini più avanzati (anche se sono più bravi a nasconderli e a recuperare in fretta). Una delle convinzioni più dannose per un principiante è assumersi l’intera colpa per ogni passo sbagliato, e lo fa sbagliando!
Questa idea è completamente falsa. Come si suol dire:
…it takes two to tango…
Riflettiamoci un attimo. Un leader perfetto sarebbe in grado di guidare una ballerina inesperta, non importa quanto male lei balli; e, al contrario, una follower perfetta sarebbe in grado di capire e reagire a una guida esperta, a prescindere dalle sue abilità. Anzi, si potrebbe affermare che è proprio responsabilità del partner con più esperienza assicurarsi che gli errori vengano evitati. Quindi, la prossima volta che qualcosa va storto, abbi la certezza di sapere che il peso non ricade mai interamente sulle tue spalle.
4. La regola più controintuitiva: non chiedere mai scusa
Quando si verifica un errore, l’istinto è quello di scusarsi. Questo comportamento, però, è controproducente. Nasce dalla falsa credenza che gli errori siano umilianti e che la colpa sia interamente propria. Chiedere scusa non fa altro che aumentare l’imbarazzo e, cosa più importante, spezza la connessione con il partner e con la musica.
Qual è l’alternativa? Fai quello che fanno gli esperti: non scusarti. Mai. Semplicemente, recupera dall’errore, vai avanti e concentrati sul riconnetterti con il tuo partner e con il ballo. È il modo più rapido per tornare a quell’incredibile sensazione di connessione che entrambi state cercando.
5. Accetta le serate “no”: non dipendono sempre da te
Non importa quanto tu sia bravo o appassionato, alcune serate semplicemente non decollano. Ti senti bene, non vedi l’ora di ballare… eppure la magia non accade, per ragioni che spesso sfuggono alla nostra comprensione. Succede a tutti. Non lasciare che un’esperienza del genere mini la tua fiducia.
Inoltre, ricorda l’enorme impatto della musica. La qualità del tuo ballo non è indipendente dal brano che sta suonando. Se la musica, il ritmo o persino il compositore di un’intera tanda non ti “toccano”, sarà naturalmente più difficile connettersi e ballare bene. Anche questo è un fattore esterno, non una tua mancanza personale.

Conclusione

La vera fiducia nel tango non deriva tanto dalla perfezione tecnica, quanto da un cambiamento di mentalità. Molte delle ansie che proviamo sulla pista da ballo sono radicate in presupposti errati: che non dovremmo mai sbagliare, che la colpa è sempre nostra e che ogni ballo dovrebbe essere perfetto.
Come abbiamo visto, la realtà è molto più gentile e complessa. Accettare queste verità può liberarti da un peso enorme, permettendoti di goderti il viaggio con più serenità e gioia.
La prossima volta che entri in pista, cosa succederebbe se ti concentrassi sulla connessione invece che sulla paura dell’errore?

Galateo nel tango

Galateo in milonga

Còdigos de comportamiento en el tango (Galateo tanguero)

Chi conosce le milongas porteñas sa certamente che in alcune di esse vige un insieme di regole di comportamento piuttosto rigide; in altre, invece, frequentate da persone più giovani o da stranieri, questo codice è disatteso frequentemente, con grande disapprovazione dei “vecchi milongueros”.
Ogni codice fa riferimento a delle regole condivise dai membri del gruppo d’appartenenza, ebbene, nelle milongas frequentate dai “vecchi milongueros” una delle regole di ferro è: l’uomo invita la donna (normalmente dal suo posto) attraverso il “cabeceo”.

La traduzione letterale di cabeceo è “cenno della testa”. In termini semplici si tratta di un invito non-verbale a ballare il tango da uomo a donna. L’uomo guarda la donna e indica con un lieve cenno del capo, dello sguardo, delle labbra, che vorrebbe ballare. Se lei accetta il cabeceo, si muoverà verso di lui e inizieranno il tango; se lei rifiuta, distoglierà lo sguardo.

Il fascino immenso cabeceo è nella sua sottigliezza: evita una situazione imbarazzante e spiacevole col più piccolo dei gesti, il cui significato, in particolare se la donna rifiuta, è privato, tra il richiedente e la persona che risponde.
In effetti cosa c’è di più naturale in una milonga se non il comunicare con gli occhi? Non c’è più il pericolo di attraversare una stanza affollata per invitare una donna a ballare, rischiando di essere rifiutato davanti a tutti.
In alcune milongas sembra addirittura che gli uomini facciano a gara fra di loro nel dimostrare chi è il più ermetico!

Quanto segue fornisce alcuni suggerimenti su comportamenti adeguati a milonghe di tango:

Scarpe da tango

Le scarpe da tango

Le scarpe da tango: un accessorio fondamentale

Ballare è la poesia dei piedi

(John Dryden)

Il tango parte dai piedi, dalla sensazione di calcare la terra per elevare l’anima in un abbraccio. Nel tango, infatti, si cammina e nel cammino si disegna la musica.

Le scarpe da tango non sono, quindi, un vezzo, ma lo strumento affinché si possano esplorare le sensazioni del nostro corpo: l’equilibrio, la postura, la connessione.

§ Le scarpe da tango devono calzare perfettamente

Affinché non causi lesioni e/o vesciche, la scarpa deve essere morbida e di misura, sia come larghezza che come lunghezza di pianta, nonché deve essere di materiale naturale (pelle, scamosciato, vernice) e/o traspirante (quali stoffa, raso, denim, velluto).

Generalmente le scarpe da tango sono realizzate a mano ed è quindi consigliabile, soprattutto all’inizio, provare più modelli e marche per trovare la calzatura che meglio si addica alla forma naturale del piede.

Per i ballerini suggeriamo di fare particolare attenzione ad una adeguata larghezza della pianta, nonché di scegliere i modelli con qualche centimetro di tacco (3cm – 5cm).

Per le ballerine è consigliabile scegliere un modello con la suola interna morbida imbottita e di fare attenzione alla comodità dei cinturini alla caviglia (eventualmente chiedete di forare il cinturino secondo le vostre personali esigenze), nonché di non esagerare all’inizio con l’altezza del tacco (4cm – 9cm).

§ L’estetica non è tutto

Le scarpe da tango possono essere un investimento iniziale di non poco conto. Tutti i ballerini sanno peró che un buon paio di calzature puó rendere la vita milonghera assai più facile e confortevole.

La scarpa ideale e di più semplice manutenzione è quella di pelle morbida e liscia.

Solo acquisendo sicurezza in pista, si imparerà ad essere consapevoli delle proprie esigenze e si potrà optare per modelli più ‘sfiziosi’, che garantiscano comunque e sempre il confort del piede.

Per i ballerini le scarpe sono chiuse e possono essere stringate in pelle oppure sportive.

Per le ballerine esistono i più svariati modelli aperti e chiusi.

La scarpa chiusa offre maggiore protezione alle dita, soprattutto durante le iniziali lezioni di avvicinamento al tango, quando dovrete ancora ‘prendere le misure’.

La maggioranza opta per i più accattivanti sandali con cinturini di ogni foggia, ma non senza le dovute precauzioni.

Il vantaggio della scarpa aperta è che la pianta del piede non è costretta nella calzatura ed è più libera di ‘sentire il pavimento’. D’altro canto è necessario fare attenzione che i cinturini non impediscano la circolazione o che eventuali cuciture creino fastidi.

§ Suola: bufalo vs. cuoio vs. gomma dura

La scelta della scarpa da portare in milonga sarà necessariamente influenzata dal tipo di pavimento su cui ballerete.

Per iniziare, la suola di cuoio (cuero, leather) é quella che garantisce ai meno esperti miglior scioltezza dei movimenti. In particolare, facilita l’esecuzione dei pivot su qualunque condizione di pavimento (mattonelle, esterni, linoleum e parquet).

Assolutamente da evitare le scarpe con suola in gomma (goma, rubber), perché non permettono di fare perno sul piede nei giri senza lasciarci qualche legamento. Le scarpe normali, è presto detto, non sono adatte per ballare il Tango.

La suola in bufalo scamosciato (gamuza, suede) necessita di preparazione (deve essere raschiata) ed è consigliata per pavimenti lisci (marmo, parquet).

Infine, la suola in gomma dura è utilizzabile su pavimenti particolarmente scivolosi, quali marmo, parquet duro e ceramica.

Se le vostre scarpe non hanno un cuscinetto morbido già incorporato internamente, consigliamo comunque di inserirne uno (esistono anche in gel o silicone) in corrispondenza dell’avanpiede, facendo ben attenzione che aderisca perfettamente alla suola e non si muova.

Esistono poi scarpe con la suola intercambiabile di cuoio e di bufalo, ed anche scarpe ‘cruelty-free’ per vegani in materiali alternativi alle pelli.

§ Quando comprare le scarpe da tango: qualche test di qualità

Per evitare brutte sorprese una volta pronti per il debutto in milonga calzando il nuovo acquisto, è opportuno provare le scarpe nel pomeriggio o la sera o comunque quando si hanno i piedi già stanchi. I venditori specializzati sapranno ben consigliarvi per evitare sgradevoli (e dolorose) sorprese. Accertatevi che non stingano.

Al momento dell’acquisto non lasciatevi attrarre dall’estetica e prendetevi tutto il tempo per ponderare la vostra scelta, valutando tutte le opzioni.

Provate la scarpa per qualche minuto, camminando e muovendovi.

1.  Verificate che la scarpa sia di misura, sia di larghezza che di larghezza di pianta, accertandovi che il piede non scivoli in alcun modo nella calzatura.

2.  Accertatevi che i cinturini, le cuciture ed i bordi della scarpa non stringano troppo. Ove necessario, chiedete venga opportunamente forato il cinturino secondo la vostra necessità.

3.  Controllate che la struttura del modello sia ben equilibrato e che il vostro peso sia, quindi ben distribuito. Per le ballerine, provate a rimanere in equilibrio su ciascun piede singolarmente ed accertatevi di sentirvi sicure e ben stabili su avanpiede e tacco.

4.  Per le ballerine, provate anche a camminare all’indietro, visto che è quel che farete per la maggior parte del tempo in milonga.

5.  Eseguite qualche pivot su ciascun piede per verificare la comodità.

§ Dove comprare le scarpe da tango

Le scarpe da tango sono vendute nei negozi specializzati, da rivenditori, ai festival ed eventi di tango, presso molte scuole ed, infine, presso i negozi online… A voi la scelta, il rischio ed il pericolo.

§ Manutenzione e pulizia

Le scarpe vanno trasportate in un sacchetto di stoffa sia per comodità che per proteggerle. Mentre in Italia cambio delle calzature avviene in milonga (ed è anche un segnale di disponibilità, o meno, a ballare), in Argentina é normale vedere i milongueri arrivare già con le scarpe per ballare ai piedi.

È bene mantenere sempre pulite e morbide le nostre scarpe. Potete utilizzare una crema neutra per la pelle o lucidi delicati. Per il camoscio è bene spazzolarlo con delicatezza. Fate attenzione a scegliere prodotti di pulizia che non macchino o rendano le scarpe appiccicose.

Per mantenerle in forma esistono sagome tendiscarpe in legno (cedro il più pregiato), in plastica (più leggere) o la carta pressata (assorbe l’umidità del piede). Fate attenzione a che le forme provviste di molla non sformino eventualmente la scarpa allungandola. Se la punta della scarpa chiusa dovesse presentare pieghe inestetiche, un trucco è quello di inserire pressando all’interno della scarpa un pezzo di cotone idrofilo bagnato, lasciandolo asciugare naturalmente (magari con inserito il tendiscarpe).

Se le vostre scarpe preferite hanno ormai la suola consumata non disperate. Molti calzolai provvedono con maestria a risuolare le calzature sia in cuoio che in bufalo.

Buona camminata!

milonga

Milonghe

Questi sono i principali siti con i calendari di eventi, stage, esibizioni e, soprattutto, milonghe in tutta Italia e nel mondo.

In questo modo sarà sempre possibile trovare una serata dove ballare tango nella propria città o durante i propri viaggi, e questo è anche un modo nuovo di scoprire e vivere altri luoghi

I siti più importanti per la ricerca di eventi in Italia: